24 dicembre 2009

Quale natale?

La breve riflessione che vorrei presentarvi sulla festività natalizia mira ad essere un compendio di quanto scritto in questi anni sul tema, cercando di riflettere sugli schemi delle principali concezioni e sui presupposti dei modelli etici che più frequentemente incrociamo o che noi stessi adottiamo. Credo sia necessario iniziare tenendo ferma l'idea che il Natale, come tante altre festività, laiche o religiose, non può essere semplicemente un'evento spirituale o semplicemente una ricorrenza mondana, bensì si presenta come una soluzione unica, in cui le due radici sembrano una. D'altronde sono convinto che ogni fenomeno di questo tipo sia - prendendo in prestito il linguaggio della chimica - una soluzione e non un miscuglio, ossia un unicum da assumere come tale, senza illudersi di poterne isolare le componenti. Dietro questa festività possiamo osservare comporsi la spiritualità della kenosi, di quell'Incarnazione così paradossale, con tradizioni pagane e simbologie primitive, sulle quali rimando ad un articolo di J. Evola, "Cos'è il Natale?". Pertanto, a partire da quest'ordine di convinzioni, non credo sorprenderà nessuno il tentativo di rintracciare nella nostra cultura attuale quelle opposte tendenze, tra l'altro interpretate in maniera palesemente radicale e intergralista. Mi riferisco da un lato alle insopportabili derive consumistiche e "pagane" - come la ridicola proposta di rendere il Natale come una festa delle luci - sulle quali trovo sia superfluo soffermarci; dall'altro a tutti quei richiami alla sola "pseudo spiritualità", che molto spesso durante il periodo natalizio ritornano con fastidio - persino dalla pubblicità.

Preciso maggiormente questo secondo punto perchè troppo spesso nella Cittadella ho portato avanti anch'io il discorso più strettamente spirituale. Il distinguo che voglio fare è importante perchè permette a mio avviso di accostarsi con una lente particolare a questa notte. Per "pseudo spiritualità" mi riferisco a quella vuota spiritualità che ritroviamo nel richiamo ad una presunta bontà del cuore o ad una forzata astinenza dal mondano, quasi ad offrire un "fioretto" a Dio, così come mi raccontavano le suore da bambino. Il peggio, credo, si mostri quando a questa tendenza viene affiancata la solita pappardella marxista della liberazione dei popoli etc. Non ho timore ad espormi in maniera così dura perchè credo che la cristianità di tutto abbia bisogno meno che di una deriva buonista: non si tratta di essere pateticamente buoni ma di comprendere che quell'infinito donarsi di cui questa notte vuole richiamare ricordo e vestigia, è sovrabbondanza e tenebra. Tutt'altro che patetico "esser buoni" e cioccolatosi, ma un vero e proprio mistero dinanzi al quale non possiamo che accostarci con il sacro silenzio e distacco. Non solo, attuazione massima di questo silenzio non è certo il buonismo borghese ma quella nascita del figlio dell'anima di cui parla Eckhart e alla quale rimando nella Cittadella. Allora alla vera spiritualità non disturba affatto quella strana fusione con le tradizioni primitive e pre-cristiane di cui parlava J.Evola nel suo articolo, perchè i simbolismi dell'albero, del dono e della rinascita mirano lì dove mira anche la Croce: al Cielo. Il vero cristiano è allora colui che si sforza ogni giorno - non solo a Natale - di "scolpire la propria statua" e accogliere il Figlio nella propria anima, magari accogliendo la differenza del pagano; accogliendo e tramandando quello stesso sforzo di risalita che ci accomuna ai nostri antenati più lontani. Ciò che disturba, invece, è il falso buonismo sul quale troppo spesso si vuole schiacchiare la spiritualità cristiana, rendendola così adatta al piccolo borghese e alla pubblicità della Mediaset.


PS: Rimando alla predica di J.Tauler, La nascita di Dio nell'anima dell'uomo, che pubblicai lo scorso anno sulla Cittadella.

21 dicembre 2009

Fanny e Alexander

di Sgubonius

Guardando un film di Bergman si può provare e pensare di tutto, ma mai che è banale. Questo perché non è mai un’opinione a muovere il maestro svedese, ma sono sempre dei dubbi, che tormentano il suo spirito, a prendere forma. Così il risultato non può che essere sempre problematico, mai del tutto risolto, quindi sempre stimolante. Fin dal principio è soprattutto la questione epocale del nichilismo a dare un’impronta alle sue domande: la morte di Dio che trascina con sé nella tomba ogni permanenza, ogni salvezza, soprattutto dell’Io (con l’epigone in Persona). Tutta l’opera di Bergman è attraversata dall’ossessione di un “mondo di marionette” senza burattinaio, in cui i fili abbandonati s’intrecciano pericolosamente nella difficoltà di ogni rapporto interpersonale (è sempre l’Altro il problema, sia esso Dio o gli uomini). Ecco la necessità di essere registi, teatrali o cinematografici, la necessità di sbrogliare queste matasse trovando uno scopo, una fede, un amore, una memoria, un’opera a cui dedicarsi. Tutti questi temi si sovrappongono tanto nella mente quanto nella filmografia di Bergman, senza un attimo di tregua.

E’ soprattutto nel suo ultimo film, Fanny e Alexander, vero e proprio testamento del regista, che possiamo trovare una sintesi di questo mondo problematico. Ed è solo alla fine, in limine (alle soglie della vita…), che dallo spessore del problema stesso emerge una traccia di soluzione, uno spiraglio luminoso. Nell’arazzo meraviglioso della pellicola, spicca infatti la liberazione del bambino Alexander (Bergman stesso) dal patrigno, ovvero il ritorno all’origine, alla famiglia-teatro, attraverso la forza dell’immaginazione, della creazione. Ritroviamo qui simbolizzata tutta la poetica del nostro Ingmar: il (Dio) padre, non casualmente teatrante, che muore all’inizio, e il rigido e freddo pastore protestante che gli si sostituisce, separando il bambino dal mondo degli affetti; poi l’incontro con il magico, la potenza dell’immaginazione, e il salto di fede. Fede come fiducia nella potenza stessa dell’immaginare, del domandare, dello sperare, anche quando non c’è alcun segno del garante della risposta. Fede insomma nella creazione artistica, nella finzione più pura, nella marionetta (kleistiana) stessa; contro la maschera unica, “impressa a fuoco”, del pastore, le maschere infinite (sarebbe di dovere riprendere il riferimento iniziale a Nietzsche) del teatro/cinema. E così si conclude, poeticamente, l’ultimo film di Bergman:
« Tutto può accadere, tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono. Su una base insignificante di realtà, l'immaginazione fila e tesse nuovi disegni »

17 dicembre 2009

Schelling e l'arte cristiana

Incamminandosi a ritroso nella cittadella, facilmente è possibile rintracciare alcuni miei interventi sullo statuto dell'arte e in particolar modo sull'icona e sulla capacità dell'artista di indicare e rivelare un qual-cosa di ulteriore al semplice prodotto. L'arte come segno, in definitiva. Oggi volevo discutere un'idea che Schelling presenta nella sua Filosofia dell'arte, un'idea radicale sulla storia dell'occidente e sulle tradizioni: dal punto di vista di Schelling l'epoca moderna inizia con la nascita del Cristianesimo, ossia coincide con quella che noi oggi chiamiamo tardo-antichità. Perchè? Perchè per Schelling il cristianesimo è stata la cesura fondamentale che ha dato vita alla storia in quanto ci ha permesso di concepire la coscienza come libertà assoluta. Nell'epoca antica, difatti, la scoienza era preda della necessità e non a caso i filosofi tematizzarono l'Essere; il cristianesimo ha reso l'uomo cosciente della della libertà nella dimensione pratica e lo ha aperto al divenire. Ecco perchè nel Cristinesimo è possibile rintracciare la cesura definitiva che ha aperto un mondo nuovo.

Ora, cosa c'entra questa filosofia della storia con l'arte e la produzione artistica? Dal punto di vista di Schelling, l'arte sembra essere lo strumento privilegiato per l'espressione della coscienza. Emblematiche sono le grandi opere antiche, dove la stabilità e la rigidità del marmo esemplifica la stabilità dell'essere. L'arte "moderna", dal suo canto, non ha potuto non tener conto dell'evoluzione dellaa coscienza, un'evoluzione teoretica e pratica. Le grandi opere della cristianità sono figlie dell'epoca del divenire, in cui la coscienza è altresì aperta alla Libertà trascendentale, quella libertà di cui parla Kant nella Kritik der Praktischen Vernunft e che anela al Fondamento stesso, oltre il tempo e lo spazio. L'arte cristiana è allora segno e dischiude il Fondamento stesso. L'artista è capace - perchè geniale - di render viva quella forza, quell'energheia, quella traccia che ognuno di noi ha in sè, atraverso un'opera paradossale. L'opera è, difatti, da un lato espressione della Libertà come prorompente porta dell'anima e, contemporaneamente, dall'altro, nè è ostacolo, in quanto pur sempre un'espressione temporale e materiale: essa rivela il fondamento eppure ne è sublime nascondimento. L'icona cristiana - e mi permetto di rimandare alle mie riflessioni precedenti - è tutto questo.

11 dicembre 2009

La fontana della vergine

Ieri sera, di ritono da Milano, ho gustato un film di I.Bergman, La fontana della vergine, del 1960 e ispirato alla leggenda medievale Töre’s dotter i wänge. Non sono certo in grado di recensire il film dato che tecnicamente non saprei dire molto, ma vorrei condividere con voi alcuni spunti e idee che ho avuto modo di elaborare in serata. La trama del film è lineare e abbastanza semplice; riporto la sintesi di Wikipedia:
Nella Svezia medievale, il proprietario terriero Töre insiste perché la sua giovane figlia Karin consegni di persona dei ceri alla Madonna in un giorno di festa, come vuole la tradizione. La giovane è accompagnata da Ingeri, serva disonorata e pagana. Durante il viaggio, però, dei briganti violentano ed uccidono la giovane Karin, senza che Ingeri possa aiutarla. Nella fuga, gli assassini cercano riparo proprio dal padre di Karin, a loro insaputa. Una volta che Ingeri torna alla casa del padrone, riconosce i tre loschi figuri ed avverte Töre, il quale metterà in pratica la sua vendetta uccidendo i briganti. Più tardi, Ingeri accompagna la famiglia nel luogo in cui si trova il cadavere di Karin e mentre cercano di spostarlo per dare sepoltura alla sfortunata ragazza, dal punto in cui era poggiata la testa del corpo prende a sgorgare una sorgente d'acqua.
Anzitutto mi piace sottolineare come non riesca mai a stupirmi abbastanza della cultura medievale, poichè mi sembra che vengano toccati un po' tutti i punti critici dell'esistenza umana, dalla fiducia al dolore, alla disperazione fino alla morte; e poi la preghiera, la gioia, la fede e la tradizione. E' interessante notare come l'atmosfera della casa di Töre sia tutta impregnata di conformismo religioso. La fede è vissuta con angoscia e la preoccupazione principale è quella etica: comportarsi come comanda la propria Tradizione affinchè Dio possa accogliere un'anima pulita e santa. Non a caso, verso la fine del film, la serva bigotta, appena conosciuto il bambino, si preoccupa anzitutto dei sui costumi e del suo rapporto con Dio: «Il Signore è pietoso più di quanto credi. Dì le tue preghiere per bene e fallo tutte le sere, non te ne dimenticare»; così come, all'inizio della storia, Töre insiste con la moglie affinchè Karin raggiunga il villaggio per accendere un cero alla Vergine Maria. Lo comanda la Tradizione. Karin, piuttosto, sembra l'unica che viva con gioia e serenità: è il topos della vergine, pura nel corpo e nei pensieri, candida a tal punto da apparire ingenua dinanzi ai pericoli del mondo esterno. La foresta non è difatti luogo per le vergini e lo sa bene la serva Ingeri, incinta per una violenza.

Tra l'enorme quantità di temi toccati, oggi mi sembra opportuno far notare quella strana giustapposizione tra mondo pagano e mondo cristiano. Non dobbiamo difatti farci ingannare dal finale miracoloso nè dalla fede di Töre o dalla conversione di Ingeri: il cristianesimo non è semplicemente vincitore perchè il mondo pagano sembra restare sempre e inveitabilmente sullo sfondo, affiancato da un cristianesimo perbenista, che trova espressione solo nella stretta cerchia del re; è necessaria allora una radicale conversione, un atto di fede che vada oltre il mondo e le Tradizioni. Questo è uno dei tratti che preferisco del cristianesimo nordico, dove la tradizione non è mai ideologicamente negata, ma sempre assunta e dialetticamente armonizzata. Ad una prima lettura, il paganesimo sembra rispondere concretamente alla grettezza del mondo ma la profondità nera della morte schiuderà per tutti un nuovo orizzonte.

Inutile sottolineare come Ingeri e Karin siano le immagini più chiare di quello scontro-incontro tra il paganesimo e il nuovo Cristianesimo: mentre la serva riesce a fuggire dalla capanna dello sciamano imbroglione - altro riferimento al mondo pagano -, la piccola Karin divide il pane con tre vagabondi e cialtroni - chiara suggestione cristica - con gente che si barcamena tra furti e menzogne, avendone la peggio: Karin viene violentata e uccisa, a immagine del Cristo sul Golgota. La conversione di Ingeri avviene non a caso nel dolore e nel pianto per la morte del Cristo-Karin, un dolore a cui il paganesimo dello sciamano non sa far fronte e una morte a cui Odino non sa render ragione. La sorgente viva che erompe dalla terra è allora simbolo della resurrezione e dalla salvezza, che abbraccia i nuovi convertiti. Il cristianesimo di Töre, sopito della quotidianità delle tradizioni, si sveglia alla vita e all'amore. Egli è molto più pagano di quanto creda e lo testimonia la reazione tanto violenta quanto umana contro i tre assassini. Per il Re la conversione è testimoniata dall'accettazione paradossale del dolore e della morte della figlia; per il Re costruire una Chiesa in quel luogo significa vivere la resurrezione del Cristo, rendendo una strage un luogo di vita. Il paganesimo di Ingeri è, dal suo canto, ora purificato. Nella scena finale, in cui Ingeri immerge le mani nell'acqua della sorgente e lava il viso, è racchiusa tutta la leggenda.

02 dicembre 2009

Un socialista ortonese del primo dopoguerra

Giorni fa ho sfogliai un vecchio libro di foto storiche ortonesi, risalente, credo, agli anni 50. Ortona nel primo dopoguerra era una piccola città, forse più "stretta" e rustica di quanto non lo sia ora, tutta raccolta su un centro medievale, con tanto di mura, Castello e Basilica. Tutt'intorno, la campagna scandiva il ritmo degli ortonesi, che abitavano grandi appezzamenti di terra, ancora in possesso di pochi signorotti. Costoro, da contare su un palmo di mano, restavano potenti nonostante il passare delle due guerre e l'avvento della democrazia. Il porto era appena sviluppato e benchè la zona vecchia fosse abitata da pescatori e gente di mare, il paese rimaneva fondamentalmente dedito all'agricoltura e al latifondo. Tra le foto, me ne colpì una, che raffigurava un lungo corteo funebre, alla testa del quale spiccavano autorità e borghesi del tempo e alla cui coda si trascinavano contadini e gente mal vestita. Chiesi informazioni sulla situazione perchè mi incuriosiva l'identità dell'uomo a cui ricchi e contadini davano l'addio. Forse si trattava di un prete, pensai, ma non sapevo certo spiegarmi la strana coincidenza: tutti a salutare lui. Ma ancora meno so spiegarvi il mio grande stupore quando seppi che il defunto era un funzionario dello Stato e in particolare l'esattore delle tasse. Contadini, operai e gente d'ogni estrazione stava dando l'addio ad un uomo che probabilmente bussò spesso nelle loro case in cerca di soldi e ad arrecare, seppur indirettamente, disturbi e problemi. Qualcosa non tornava. Certo, per i borghesi e i latifondisti s'intende, ma come spiegarsi il dolore della povera gente? Quell'uomo, mi dissero, era un socialista. Era un vero socialista, uno che ci credeva sul serio. Era uno che non si faceva problemi ad allungare le scadenze di pagamenti o a pagare di tasca sua per chi non aveva nulla. Il tutto nel silenzio più nero, perchè il buon cristiano era convinto che la mano destra non dovesse sapere l'elemosina della sinistra. L'uomo se ne andò di soppiatto, così come nella sua vita aveva vissuto: anonimo dinanzi ai grandi riflettori; ma dietro di lui, sfilarono l'amore e la gratitudine degli Ortonesi. Socialisti veri, gente "andata" e signori d'altri tempi che oggi trovano spazio solo nelle fiabe e nei racconti di vecchi paesani.

01 dicembre 2009

Come il Maestro

Oggi volevo prendere spunto da una citazione di Charles De Foucauld che stamattina ho trovato sul blog dell'amico Carmine Miccoli, "...In purissima follia!" e che tratta di unione con il Cristo. Il tema Cristologico è, come prevedibile, il primo riferimento della mistica cristiana, nella quale quelle scale di visione e quelle tematiche paradossali che presero piede nella tradizione mistica "pagana", si affiancano alla buona novella del Cristo, il cui exemplum venne indicato come modello di vita santissima. L'accento fortemente etico che molti autori medievali hanno posto sulla buona novella traspare anche nelle righe degli scritti di Charles Eugène de Foucauld, recentemente beatificato da papa Benedetto XVI.
“La perfezione sta nell’essere come il Maestro… Il nostro Maestro è stato disprezzato, il servo non deve essere onorato; il Maestro è stato povero, il servo non deve essere ricco; il Maestro ha vissuto col lavoro delle sue mani, il servo non deve vivere con le proprie rendite; il Maestro andava a piedi, il servo non dovrebbe andare a cavallo; il Maestro stava in compagnia dei picco­li, dei poveri, degli operai; il servo non deve stare insieme ai grandi signori; il Maestro è passato per un operaio, il servo non deve passare per un gran personaggio; il Maestro è stato calunniato, il servo non deve essere lodato; il Maestro è stato mal vestito, mal nutrito, male alloggiato, il servo non deve essere ben vestito, ben nutrito, bene al­loggiato; il Maestro ha lavorato, si è affaticato, il servo non deve riposarsi; il Maestro ha voluto apparire piccolo, il servo non deve voler apparire grande… ”

Charles De Foucauld
Il brano rende manifesto come l'atteggiamento di Charles sia di totale aderenza all'esempio storico del Cristo. La sequela Christi è qui radicale. Tuttavia a mio modo di vedere siamo ancora su un livello orizzontale. Dal mio punto di vista - e da quello dei miei autori di riferimento - l'esempio del Cristo costituisce sì la guida massima e perfetta di vita cristiana, ma l'esercizio di quella virtù non coincide certo con la visione di Dio. L'esercizio delle virtù occupa un gradino ben preciso, costituisce una disposizione ben determinata, ma l'anima attende ancora di essere elevata e di toccare Dio. La critica che vorrei muovere a questo passo è quella di essere "eccessivamente" Cristico. Ossia, il richiamo del Cristo alla povertà e alla solitudine non indica tanto una povertà e una solitudine materiale o esteriore; il Cristo non ha mai elogiato la povertà o la vita eremitica ma si è mosso su un piano ulteriore: sii povero di Spirito, non povero nella carne! Ecco che il distacco non va tanto esercitato sulle cose materiali - ben inteso che la disposizione va curata aderendo alla vita del Cristo - bensì nello Spirito. La povertà è povertà delle passioni, dei pregiudizi, delle incrostazioni "umane troppo umane" che appesantiscono l'anima. La solitudine non è il fuggire l'uomo ma saper stare "da solo", fare i conti con la propria anima e saper scendere in quella cittadella interiore che ognuno ha in sè. Allora divenire il Cristo, realizzare l'unione mistica, non consiste solo nell'esercitare il distacco materiale bensì significa muoversi su un piano decisamente più alto - e, al contempo, più "basso", ossia più vicino al "fondo" dell'anima. E' bene tenere distinti il mezzo e il fine: l'esercizio delle virtù francescane può certo aiutare la visione ma non si tratta del vero distacco, che anela ad un piano ulteriore.

28 novembre 2009

Fiaba sull'ideologia

Immaginiamo un mondo fatto di linee e numeri. Immaginiamo inoltre che la vita sulla Terra sia come una linea su un piano cartesiano e che i suoi abitanti siano come dei numeri: 0; 0,1; 0,447; 1; 2,1 ; 3 etc. I numeri nascono dalla stessa unità di misura, quindi sono per natura tutti uguali, eppure ognuno ha nomi diversi e ha una "famiglia" differente. Ci sono i numeri pari che vantano nel 2 un loro valoroso antenato o i numeri primi che sono un po' la crema della società. Ci sono i multipli di 3 o i divisori di 96. Insomma, tra di loro v'è una fitta rete di legami. I beni e le fortune non sono copiose neanche in questo mondo e così i numeri tra lo 0 e l'1 (0,11; 0,2537; 0,24) lamentano il duro lavoro nelle fabbriche e la scarsa considerazione che i vertici hanno di loro. Un giorno iniziarono a formarsi partiti: alcuni in nome della "purezza" dei numeri primi, altri in difesa dei numeri deboli etc. etc. Ebbene, un bel dì i numeri naturali si organizzarono in un partito e con difficoltà presero il potere. Il partito degli NN portava avanti un'ideologia particolamente dura, che faceva leva su schemi rigidi e persino razziali. Gli NN per un buon ventennio dominarono il piano cartesiano e furono, ahimè, cause di guerre e dolore. Una volta fatto finire il periodo di tirannia dei Numeri Naturali, l'ideologia degli NN venne messa al bando culturale. Cos'è il bando culturale? E' una particolare forma di sdegno e isolamento a cui viene sottoposto un gruppo o semplicemente una corrente di pensiero. In quell'ipotetico mondo post-guerra, nessuno nominava il nome degli NN senza un brivido sulla schiena: nessuno osava far riferimento agli NN e, anzi, dal gruppo che liberò il piano cartesiano venne proposta una legge che vietava qualsiasi forma di nuovo associazionismo che si ispirasse agli NN. Il gruppo in questione era quelli dei Numeri Relativi. Costoro sbandieravano tra i propri valori la Libertà e la "Relatività" e consideravano l'ideologia degli NN come il male peggiore del piano cartesiano. Come finisca questa storia non so, ma posso dire con certezza che i numeri-operai scoprirono loro malgrado che i numeri relativi in realtà stavano soggiacendo alla stessa rigidità, alla stessa cecità, allo stesso razzismo dei Numeri Naturali, nonostante ne prendessero continuamente le distanze. Dopotutto i Numeri Relativi erano solo Numeri Naturali con un segno "meno" davanti.

Una delle proprietà più interessanti delle ideologie è la capacità di dare vita ad opposti perfettamente simmetrici. L'ideologia difatti gioca spesso a nascondersi tra gli opposti dualismi e sopravvive in forme mutate. Il funzionamento di questo meccanismo, che sto cercando di portare alla vostra attenzione con questa piccola fiaba da me appena composta, è simile a quello che nella nostra cultura sono l'anti-fascismo, l'anti-americanismo, l'anti-berlusconismo, l'anti-comunismo etc. etc. Ma non voglio esser rigido anch'io: non sempre questi anti- sono i simmetrici degli "originali", eppure per dare vita ad una nuova Italia e ad una Nuova Europa è necessario problematizzarli e scavare nelle loro ragioni più profonde. Troppo spesso, invece, l'Italia è vittima dell'accettazione acritica di molti cittadini, soprattutto di chi, con arroganza, crede di avere un occhio obiettivo sul passato solo perchè qualche volta ha sfogliato un manuale di liceo.

26 novembre 2009

M.Eckhart e l'uomo nuovo

Nella concezione di Meister Eckhart, la visio Dei è possibile solo per l’uomo pienamente distaccato, ossia per colui che ha rinunciato a sé stesso e al proprio io psicologico, come insegnava Platone nel Fedone e come testimonia la parola di vita del vangelo di Cristo. Pertanto colui che ha realizzato quell’Entbildung e quella Gelassenheit a cui Eckhart continuamente richiama, ha svuotato il tempio della propria anima ed è pronto per ricevere il Verbo supremo:

Ora io dico: come può avvenire che il distacco dell’intelletto senza forme né immagini riconosca in sé tutte le cose, senza rivolgersi verso l’esteriorità e trasformare se stesso? Dico che ciò deriva dalla sua semplicità: più l’uomo è puramente e semplicemente distaccato da se stesso in se stesso, più semplicemente riconosce ogni molteplicità in se stesso, e permane immutabile in se stesso.

M. Eckhart, Sermone “Homo quidam nobilis”, in Sermoni tedeschi, a cura di M.Vannini, Adelphi, Torino 1985, p.243.

Per tutta la tradizione neoplatonica e per la mistica cristiana, al fondo dell’anima umana v’è un “tempio” dove dimora Dio stesso - il Padre dei lumi - e, per attingervi, l’uomo deve essere puramente distaccato, ossia deve abbandonare ogni immagine e farsi semplice, simile a Dio e rendendosi degno di riceverlo. Scrive M.Vannini: «Lo spogliarsi dall’accidentalità dell’io psicologico deve perciò essere completo; il distacco si deve esercitare non tanto nell’esteriorità, quanto nell’interiorità, tagliando via alla radice l’autoaffermatività, la volontà di essere, di avere, di potere che è implicita nell’io psicologico proprio in quanto esso è separato dall’universale, ovvero è determinato, personale». Solo a questo punto l'uomo può scendere nel vero io, può attingere alla propria favilla, toccare il fondo della propria anima (Grund) e dimorare nella propria cittadella interiore. Solo allora morirà l'uomo vecchio dell'egoismo e la luce della grazia potrà illuminare l'anima e dare vita all'uomo nuovo dello Spirito.

20 novembre 2009

Involucri Lapidei

L’associazione Culturale “OfficinaOrtona”, in collaborazione con la Facoltà di Architettura di Pescara, è lieta di invitarVi all’inaugurazione della mostra “INVOLUCRI LAPIDEI – L’uso della pietra per l’abitare contemporaneo”, Mercoledì 2 Dicembre dalle ore 18.00 presso la Sala Convegni del Polo Eden in c.so Garibaldi ad Ortona (CH).
Nell’occasione saranno esposti alcuni progetti degli studenti della facoltà di Architettura di Pescara frutto di laboratori e tesi di laurea che presentano l’interesse per la ricerca sull’utilizzo della pietra nell’abitare contemporaneo.
Gli elaborati, sintesi del seminario tecnico-scientifico tenuto dai proff. Domenico Potenza e Francesco Girasante, mostrano i materiali presentati a Verona durante le edizioni 2008 e 2009 del MARMOMACC (curate dagli architetti Natalia Risola e Tiziana Latorre).

PROGRAMMA DEL CONVEGNO

Saluti:
• Associazione culturale "Officina Ortona";
• Amministrazione del comune di Ortona;

Interventi:

Francesco Girasante;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Responsabile del seminario tecnico scientifico sugli involucri lapidei;

Luigi Cavallari;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Presidente del corso di laurea in Tecniche del Costruire;

Ludovico Micara;
Facoltà di Architettura di Pescara.
Presidente del corso di laurea in Architettura;

Giovanni Vaccarini;
Architetto.
Progettista dell’ampliamento del cimitero di Ortona;

Margherita Fellegara;
Architetto.
Funzionario del settore urbanistica del comune di Ortona;

Coordina:
Domenico Potenza;
Facoltà di Architettura di Pescara. Responsabile del seminario tecnico scientifico sugli involucri lapidei.

La mostra sarà aperta dal 2 al 6 Dicembre 2009 presso la Sala Convegni del Polo Eden in c.so Garibaldi ad Ortona (CH).

13 novembre 2009

Ferdinand Ebner sulla Parola: l'origine, il futuro

Volevo segnalarvi una mia recensione al volume di F.Ebner, Proviamo a guardare al futuro, appena tradotto da Nunzio Bombaci per la casa editrice Morcelliana. La lettera del testo è stata davvero stimolante soprattutto per la vista "ad amplio raggio" di Ebner, che spazia dalla filosofia alla scienza, alla biologia fino alla Sacra Scrittura. In un futuro intervento vorrei inoltre mettere in rilievo l'idea che ha Ebner della mistica, dato che cita Eckhart e, più frequentemente, Silesius. Per ora vi lascio alla lettera della recensione sul sito del Giornale di Filosofia della Religione, che da qualche tempo ospita gentilmente i miei interventi:

Versuch eines Ausblicks in die Zukunft è l'appello che Ferdinand Ebner rivolge ai lettori dei suoi Fragmente nell'autunno del 1929 e che Nunzio Bombaci propone nella presente edizione italiana (Morcelliana, 2009), accompagnata da una prefazione di Silvano Zucal. La riflessione di Ebner muove da una considerazione storico-critica sulla rilevanza filosofica della grande guerra, che viene additata come la testimonianza peggiore della «bancarotta culturale e morale dell’uomo europeo». continua qui