13 novembre 2009

Ferdinand Ebner sulla Parola: l'origine, il futuro

Volevo segnalarvi una mia recensione al volume di F.Ebner, Proviamo a guardare al futuro, appena tradotto da Nunzio Bombaci per la casa editrice Morcelliana. La lettera del testo è stata davvero stimolante soprattutto per la vista "ad amplio raggio" di Ebner, che spazia dalla filosofia alla scienza, alla biologia fino alla Sacra Scrittura. In un futuro intervento vorrei inoltre mettere in rilievo l'idea che ha Ebner della mistica, dato che cita Eckhart e, più frequentemente, Silesius. Per ora vi lascio alla lettera della recensione sul sito del Giornale di Filosofia della Religione, che da qualche tempo ospita gentilmente i miei interventi:

Versuch eines Ausblicks in die Zukunft è l'appello che Ferdinand Ebner rivolge ai lettori dei suoi Fragmente nell'autunno del 1929 e che Nunzio Bombaci propone nella presente edizione italiana (Morcelliana, 2009), accompagnata da una prefazione di Silvano Zucal. La riflessione di Ebner muove da una considerazione storico-critica sulla rilevanza filosofica della grande guerra, che viene additata come la testimonianza peggiore della «bancarotta culturale e morale dell’uomo europeo». continua qui

05 novembre 2009

Il crocifisso nelle scuole e l'uguaglianza delle religioni

Il crocifisso è una cosa seria. Passeggiando per la cittadella più volte troverete questo assioma riproposto, anche se non in forma esplicita; è una cosa seria perchè non si gioca nè con i simboli nè con la tradizione. Non vi è dubbio che la recente sentenza della Corte europea è quantomeno discutibile, ma credo che davvero deprecabile sia il polverone alzatosi in questi ultimi giorni, che sta creando un clima pseudo-referendario del tipo "crocifisso Sì- crocifisso No". Ancora una volta l'opinione pubblica italiana non ha perso l'occasione per ridurre una tema decisivo per l'educazione delle giovani leve ad una questione di "partiti", di schieramenti e opposizioni; la prossima mossa, magari, sarà qualche carnevalesca manifestazione, da un lato in nome della libertà e del libero pensiero o dall'altro in nome della famiglia e della santità. Eppure al di sotto di questa radiosa Italia sta scorrendo un fiume non troppo visibile, un corso d'acqua che sta direzionando il cammino dell'umanità attraverso alcune idee cardine e sta ponendo dei paletti da valutare e analizzare con serietà.

Nella pagina di Repubblica che vi avevo segnalato e che ripropongo qui sono presenti le reazioni della nostra "classe dirigente", reazioni più o meno condivisibili e che sono tutte improntate alla critica o all'apprezzamento di un passo ben preciso della decisione, ossia quando si afferma che il crocifisso «può essere di "incoraggiamento" per i bambini già cattolici, può invece "disturbare" quelli di altre religioni o gli atei». A mio avviso non è tanto da discutere questo tipo di concezione, quanto le motivazioni e le convinzioni che portano la Corte a formularle. Difatti alle spalle di questa decisione c'è l'idea che le religioni siano semplicemente delle diverse forme di approccio al divino, magari da vivere nella solitudine della propria intimità, quasi nascondendo il proprio credo al mondo civile. D'altronde troppo spesso questa convinzione di stampo liberale è passata come il metodo efficace e serio di vivere la religione.

Non mi dilungo su questo punto, anche perchè l'approfondimento può essere affidato a tanta letteratura filosofica* e religiosa, ma vorrei riflettere su un'idea espressa poc'anzi e che forse troppo spesso passa inosservata perchè comunemente ritenuta ragionevole, ossia sulla presunta uguaglianza delle religioni. A mio modo di vedere per dare inizio ad una riflessione cosciente sul nostro essere europei non possiamo non partire dall'idea che le religioni non sono tutte uguali. Questa è la tesi che oggi volevo sostenere. Da che punto di vista non sono uguali e perchè? Non mi riferisco alla presunta veridicità o concretezza di una religione piuttosto che un'altra, nè ho intenzione di riformulare la classica argomentazione dei Padri o dell'Agostino del De vera religione, secondo il quale una religione è vera nella misura in cui si avvicina alla verità, ossia a Cristo; nè ho intenzione di fare riferimento al cusaniano De pace fidei o al Lessing dell'Educazione del genere umano, ma provo a formulare delle espressioni differenti, benchè a questi autori sia inevitabilmente debitore.

Dal mio punto di vista le religioni non sono tutte uguali perchè, banalmente, occupano posti differenti dinanzi alla nostra storia e alla nostra tradizione. Il cristianesimo è un elemento fondamentale della nostra cultura d'Occidente e credo che negarlo sia in qualche misura disonesto. Difatti anche qualora la religione cristiana viene vissuta con rifiuto, persino sdegno, essa viene in ogni caso assunta, in maniera più o meno cosciente, dall'individuo. Per il fatto stesso che un uomo nasce in questo paese, egli entra in relazione con il Cristianesimo, anche quando la propria "cristianità" viene vissuta come chiusura. L'ateo non sarà mai semplicemente ateo, ma è ateo perchè ha vissuto come chiusura la propria relazione con il cristianesimo. Così come l'asceta non è mai solo asceta, ma è sempre qualcuno che vive una relazione con la comunità, anche se questa relazione è espressa come chiusura - e anche qui, bisogna vedere fino a che punto. La tradizione pervade ogni carattere della nostra esistenza e illudersi di poter fare tabula rasa
e stabilire a tavolino che un ragazzo possa scegliere senza vincoli tra una religione piuttosto che un'altra, è una semplice illusione; è un'illusione del peggiore illuminismo e che ancora oggi dirige la crescita dell'Europa. Questo bisogna porre in discussione.

Ecco che il crocifisso - che poi è un segno e dev'esser trattato come tale e non come un'oppressione filo-cattolica verso chi a questo segno non si avvicina - deve essere esposto in bella mostra nelle nostre aule. Nello stesso senso a scuola deve essere insegnata la religione cattolica e non una vuota "storia delle religioni", come ho recentemente sentito proporre. Lo studente del nuovo millennio è già distante da una riflessione su sè stesso per vari motivazioni esterne alla Scuola e se non viene stimolato e instradato a prender coscienza dell'ambiente in cui vive, della tradizione che lo ha formato e che ancora ne scandisce inevitabilmente la vita - si pensi, banalmente, al calendario e alla divisione della storia in a.C e d.C - se non si forniscono ai ragazzi gli strumenti e l'ambiente giusto per fare tutto questo, allora la nostra società continuerà a direzionarsi verso un futuro senz'anima. Insegnare religione cattolica nella Scuola dell'obbligo ed esporre il Crocifisso non sono allora dei sistemi oppressivi o discriminanti ma sono modi per far sì che un elemento decisivo della nostra cultura, ossia il Cristianesimo, non venga ideologicamente offuscato o persino nascosto ai nostri discendenti, evitando così di offrire loro i mezzi adeguati per costruire una nuova Europa sana e democratica.




*Su questo tema, cfr. H.Spano, Religione, etica e laicità, Fridericiana Editrice Universitaria, Napoli 2008. Si tratta della raccolta degli atti di un recente convegno dell'Associazione Italiana di Filosofia della Religione, nel quale questa tematica è stata ben discussa.

27 ottobre 2009

Intervista per AbruzzoCultura

Segnalo con piacere un'intervista che ho rilasciato per AbruzzoCultura, nella quale ho accennato alla filosofia e all'associazione "Officina Ortona":

Intervista ad Andrea Fiamma, presidente dell’associazione culturale “Officina Ortona”.

Quando e come è nata l’Associazione?

«L’associazione Officina Ortona nasce ufficialmente lo scorso anno, il 7 novembre 2008, grazie alla cooperazione e all’energia di alcuni ragazzi ortonesi, uniti dall’interesse verso la nostra bella città. In effetti possiamo dire che l’associazione nasce non tanto da una decisione o da un evento, ma da un “sentire comune“, da una voglia di partecipazione attiva alla crescita di Ortona, anzitutto dal punto di vista culturale e artistico. In particolar modo ci premeva . . .

leggi tutto l'articolo sul sito di AbruzzoCultura cliccando "qui"

24 ottobre 2009

Risposta a Sgubonius sull'Incarnazione

Caro Sgubonius, anzitutto devo scusarmi per il colpevole ritardo con cui ti rispondo ma altri impegni mi hanno tenuto lontano dalla Cittadella, almeno per una risposta lucida alle questioni sempre stimolanti che poni. Il problema è enorme e provo a dargli maggiore "dignità" nel blog, discutendolo in questo topic. Come potrai immaginare provo a dare uno sguardo anche ai tuoi precedenti interventi, nei quali citavi la questione dell'immanenza.
Tu dicevi giustamente che questi autori medioevali sono più "cristiani" di quanto un formalismo filosofico come il mio possa evidenziare, mi piacerebbe quindi ravvvivare se ti va la questione chiedendoti in poche parole cosa intendi per "cristiano", e da qui partire!
Un suggerimento che posso darti è quello di stare attento a Deleuze, perchè anch'egli, come tutti, legge la storia della filosofia secondo determinate direttive; il passo che hai citato mi sembra fortemente discutibile, almeno nel passaggio in cui assimila Cusano e Bruno a Spinoza, quasi che si creassero delle "scale" preparatorie a Spinoza. E' vero che Spinoza legge Bruno e, di conseguenza, Cusano, ma, ancora un volta, legge questi autori da una lente particolare. Non conosco bene Spinoza perciò non so se ha avuto modo di leggere Cusano direttamente o solo tramite la mediazione di Bruno; ammettendo questa seconda ipotesi come vera, ad esempio, il Cusano di Spinoza sarebbe un Cusano davvero molto lontano "dall'originale", perchè sarebbe figlio di una lettura (particolare) che si basa sui dati Bruniani. Devi inoltre contare che il Cusano di Bruno è parziale e di scarsa aderenza filosofica anche perchè tra i due sono passati ben 100 anni, nei quali gli scritti del Cusano hanno avuto una sorte travagliata (non mi sembra il caso di parlarne in questa sede). Dal tuo canto è lecito appoggiare la lettura di Deleuze ma quando accenni a Cusano e Bruno o a qualsiasi altro autore citato da Deleuze, devi tener presenti le varie lenti.

Perchè ho fatto questo discorso da professorino? Perchè mi sembra che tu cada nella tentazione di equiparare l'immanentizzazione del Principio (concetto filosofico) all'Incarnazione (concetto teologico), facendo confusione tra i piani. Ora, non so se Deleuze stesso l'intenda così, o se altri autori - persino cattolici, tutto può essere - leggano l'Incarnazione in questo modo, ma posso dire che storicamente il tentativo non ha nulla a che fare con i mistici. E riprendo la prima risposta che ti davo, nella quale non sono stato certo esplicito:
Quanto scrivi sull'immanentizzazione della sostanza è vero, anche se a mio avviso è un modo errato di intendere l'incarnazione per questi autori, che sono molto più "cristiani" di quanto non sembri.
Credo sia importante separare la questione filosofica dell'essere dall'Incarnazione in quanto tale. Certo, l'incarnazione indubbiamente "avvicina", mettiamola così, Dio all'uomo, ma questo non deve esser confuso con la "distanza" tra il Principio e l'Essere perchè Dio non è = a Principio così come Essere non è = a uomo. Bisogna saper distinguere. Essere Cristiano per il mistico - e concludo - significa esser Cristo stesso: sequela Christi. Nulla a che fare con l'Essere. Se poi vogliamo parlare dell'apparato dottrinale e filosofico che sorregge tale sequela Christi allora dobbiamo affronatre il neoplatonismo, ma questa è, per l'appunto, una visione filosofica che ha certamente a che fare con l'immediatezza e la naturalità con la quale i mistici hanno assunto il messaggio Cristiano, ma non è determinante per "dirsi" Cristiani o meno. Grazie.

11 ottobre 2009

Il valore dell'esistenza - perchè il cristianesimo e non il buddismo.

Isolo una breve sezione del mio Commento al De visione Dei nella quale tento di mostrare lo scarto tra una prospettiva neoplatonica pagana e quella cristiana, ben tratteggiata dagli scritti del Cusano. Il testo qui proposto vuole inoltre esser polemico con tutte quelle tendenze New age o filo-buddiste che di questi tempi vanno tanto di moda, ma che si scoprono facilmente come illusorie e incapaci di render ragione della singolarità dell'esistere. Il Cristianesimo medioevale, soprattutto di matrice neoplatonica, trova proprio nell'unicità e nell'irripetibilità della vita, un carattere decisivo per la conoscenza e l'agire.

La natura umana non è un semplice “contratto” da ricondurre ad Unum; l’esistenza non è semplicemente un “contratto” qualsiasi nell’universo, un nulla che al nulla deve tornare, ma ha valore di per sé. La vita è pertanto un dono stupendo, di cui l’uomo dispone per un tratto di strada e per una breve sezione di tempo. Il compito dell’homo viator è allora quello di rendere la propria vita degna d’essere vissuta, utilizzando la libertà concessagli per dirigersi verso Dio e non verso il male; perché dirigersi verso Dio, rendersi simile a lui, capace di vederlo, è per l’uomo la realizzazione compiuta della propria essenza umana e la massima fonte di felicità e beatitudine. La visio dei umana acquisisce allora tutta una rilevanza etica fondamentale e non rimane aggrappata al mero ambito teoretico. Non stupisce allora come la via non sia indicata tanto da dei precetti teoretici né da concetti, bensì sia tracciata dall’esempio vivo del Cristo, della seconda persona della Trinità incarnatasi in questo mondo.

da Andrea Fiamma, Commento al De visione Dei, cap. 8.1

08 ottobre 2009

Nuovo ascetismo o nuova età comunale?

L'intervento odierno vuole aprire una serie di riflessioni che hanno la pretesa di guardare al futuro delle nostre vite, città e civiltà. I temi che voglio affrontare e le risposte che voglio proporre in realtà hanno avuto un lungo periodo di gestazione e solo ora riesco a proporli con un minimo di chiarezza e decisione. Per favorirne l'approccio inizio subito ad indicare alcune coordinate culturali di riferimento: la prima è nella concezione della vita umana che in questo anno di cammino nel blog ho avuto modo di trattare, soprattutto tempo fa, riportando un vecchio discorso di Dag Hammarskjöld, Fede antica in un mondo nuovo, con il quale condivido in toto. La seconda è nel giudizio su questa comunità, che affido a Pasolini e che voglio proporvi:

La Sabaudia e la civiltà dei consumi


D'accordissimo su ogni parola. La via allora per tornare ad avere una città e una vita a misura d'uomo, a misura dell'umiltà dell'uomo, è ridar luce a quella civiltà provinciale, rustica e paleo-industriale ? Credo di sì. Riscoprire la forza politica ed esistenziale di un'aggregazione quale il comune e guardare alla cultura europea che ci ha formati e sulla quale la nostra civiltà contadina non può che poggiare per spiccare il volo. Nani sulle spalle dei giganti, questo dobbiamo essere. Ma lo Stato, la democrazia così intesa, la costituzione partigiana, la politica dei magnacci e degli aristocratici ci sono contro. Come vivere e respirare lo spirito europeo? Sarà forse in nuove abbazie, in un nuovo ascetismo o in una nuova età dei comuni? L'interrogativo è qui accennato.

04 ottobre 2009

Francesco d'Assisi e il paradosso monastico

Ma perch'io non proceda troppo chiuso,
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.


Dante Alighieri, Divina Commedia; Paradiso, Canto XI


Esordivo così, con le terzine dantesche, nell'intervento dello scorso anno dedicato alla straordinaria figura di Francesco d'Assisi. Agli inizi di ottobre 2008 il blog aveva una fisionomia differente e leggendo il vecchio post riconosco subito quel taglio strettamente personale che man mano ho cercato di aggiustare, per offrire ai lettori non solo un'ipotesi di percorso, il mio, ma un prodotto che pretenda una certa serietà. Tuttavia lo scorso anno richiamavo ad episodi personali per una ragione ben precisa: «sono fermamente convinto che consegnare alla memoria un'esperienza di vita valga più di ogni altra parola spesa. Non è forse questo il Suo insegnamento?». La lente radicalmente cristiana del monachesimo francescano rimanda a quell'esperienza strettamente personale di amore e semplicità che, a mio avviso, si impone come interconfessionale. Il monachesimo francescano, così come altri movimenti spiritualisti, riesce a toccare quei punti nevralgici dell'umano, quegli stessi riferimenti che, come spesso ripetuto, dal punto di vista teoretico sono a mio modo di vedere ben interpretati dalla tradizione mistica.

La riflessione odierna vuole allargare un po' l'orizzonte su tutta la tradizione francescana, che vive, come ogni movimento pauperistico e di matrice monastica, un paradossale rapporto con il mondo. Difatti per un verso esso nasce come radicale negazione dell'ordine mondano, talvolta con esiti ascetici al limite dell'ortodossia - il padre del monachesimo orientale, Antonio, fu eremita nel deserto e Benedetto da Norcia inizia il suo cammino come eremita, prima di fondare l'abbazia di Montecassino; dall'altro, esso è inserito nel mondo e nel mondo opera: ma non solo, fa riferimento al mondo (ecclesiastico) per essere riconosciuto e istituzionalizzato. Questo è un po' il paradosso nel quale abita ogni movimento monastico e che nella storia, soprattutto medioevale, ha determinato continui cicli di crisi e rinascita dei diversi movimenti. Quale soluzione? Come stabilire un equilibrio? Benedetto da Norcia nel 540 compone una regola per i cenobi benedettini che sarà spesso riutilizzata dai diversi movimenti monastici che durante il medioevo rinascevano ad inizio di cicli nuovi - cistercensi, certosini, vallombrosiani etc. L'idea del cenobio, ossia l'aggregazione nelle abbazie di una stretta cerchia di monaci - che, in quanto cerchia, vive nel mondo, ma nel contempo ne è isolata - è una possibile risposta equilibrata al paradosso monastico e ancora più radicalmente al paradosso cristiano.

Tra il X e l'XI secolo esisteva una corrente ecclesiastica che aveva intenzione di ristrutturare la gerarchia di Roma secondo il sistema dei cenobi. Prevalse invece la linea di Gregorio VII, tra l'altro ex-monaco, che batteva sia sulla necessità di scrollarsi di dosso l'Impero, sia sulla possibilità di riorganizzare la gerarchia secondo una struttura monarchica. Troppe volte il destino della Chiesa Cattolica è stato determinato dalle diatribe politiche e da scelte discutibili. Cosa sarebbe avvenuto se nella riorganizzazione della Chiesa cattolica nell'XI secolo si fosse imposto il sistema monastico e non il sistema monarchico?

29 settembre 2009

Dionigi Aeropagita sulla causa prima, l'Uno.

Procedendo quindi nella nostra ascesa diciamo che < la causa universale > non è né anima, né intelligenza, e non possiede né immaginazione, né opinione, né parola, né pensiero; che essa stessa non è né parola, né pensiero; e che non è oggetto né di discorso, né di pen­siero. Non è né numero, né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non sta ferma, né si muove, né rimane quieta, né possiede una forza, né è una forza; non è luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né tempo; non ammette neanche un contatto intellegibile; non è né scienza, né verità, né regno, né sapienza; non è né uno, né unità, né divinità, né bontà; non è neppure spirito, per quanto ne sappiamo; non è né figliolanza, né paternità, né qualcuna delle cose che possono essere conosciute da noi o da qualche altro essere; non è nessuno dei non-esseri e nessuno degli esseri, né gli esseri la conoscono in quanto esiste; e neppure essa conosce gli esseri in quanto esseri. A proposito di essa, non esistono né discorsi, né nomi, né conoscenza; non è né tenebra, né luce; né errore, né verità; non esistono affatto, a proposito di essa, né affermazioni, né negazioni: quando facciamo delle affermazioni o delle negazioni < a proposito delle realtà che vengono > dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo. In effetti, la Causa perfetta ed unitaria di tutte le cose è al di sopra di ogni affermazione; e l’eccellenza di Colui che è assolutamente staccato da tutto e al di sopra di tutto è superiore ad ogni negazione.

Dionigi Aeropagita, Teologia Mistica, capitolo V: La causa per eccellenza di tutte le realtà intellegibili non è nessuna realtà intellegibile, in Pseudo Dionigi l'Aeropagita, Gerarchia celeste - Teologia mistica - Lettere, tr.it. a cura di S.Lilla, Città Nuova, Roma 1993.

24 settembre 2009

Contro un approccio storicistico alla storia della filosofia

Ieri pomeriggio ho avuto una densa e proficua chiacchierata con la prof.ssa. Nicoletta Tirinnanzi, persona squisita e docente preparatissima, a cui devo un po' tutte le cognizioni che ho di Bruno e del Rinascimento. Chiacchierando sulle interpretazioni possibili di alcuni passi cusaniani, lei mi riportava un'idea di Benedetto Croce che vorrei qui discutere - sperando di ricordarla adeguatamente: ogni storia, ogni interpretazione, ogni lettura del passato sono sempre storie, interpretazioni e letture contemporanee perchè hanno come condizione intrascendibile i bisogni attuali. In sostanza dal punto di vista di Croce non solo non esiste una lettura trasparente del passato, scevra dalle condizioni di partenza - sarebbe scontato - ma le letture non sono pensabili separate dai bisogni stessi dell'epoca in cui esse sono state formulate. Le intepretazioni del passato si configurano, quindi, come veri e propri tentativi di risposta a situazioni particolari e accidentali che si vengono a creare negli ambienti in cui la "cosa" è pensata. Questo approccio mi è istintivamente piaciuto anche perchè con il suo aiuto mi è sembrato di esser finalmente riuscito a comprendere alcune letture inusuali dei testi del Cusano. Certamente qualora ci si fiondi in questo tipo di approccio, si dovrebbe affrontare il rischio di "non uscirne più" per i continui rimandi e riletture possibili; eppure mi sento di ammettere che, almeno in sede accademica, esso si rivela efficace e che il rischio vale la preda.

Tornando a casa mi domandavo quanto in effetti tutte le questioni snocciolate nel pomeriggio siano adatte a rispondere ai problemi che muovono la mia ricerca. Ecco perchè oggi vorrei mettere sul banco degli imputati quel modo di far filosofia: mi sembra che i presupposti fortemente storicistici da cui prende le mosse non riescano a rendere ragione di tutti quegli elementi che puntualmente, dal 400 a.C. sino ad oggi, ritornano in ogni problema. Faccio riferimento a tutti quei temi metafisici che spesso richiamo sul blog e che mi stanno a cuore proprio perchè credo che costituiscano un orizzonte intrascendibile con cui la riflessione filosofica non può che fare i conti. Il metafisico ha la pretesa di dire che quei problemi toccati sono strutturali e leggerli secondo una prospettiva storicistica significa non riconoscerne lo statuto ontologico: la riduzione dei problemi a questioni "d'epoca", tipica dello storicismo o del Croce, non riesce perciò a rendere appieno la qualità e il valore delle questioni ultime. Ecco che un metodo fecondo nella ricerca storica e accademica può talvolta rivelarsi inadatto per toccare il nucleo teoretico delle questioni.

Tempo fa, su suggerimento dell'amico Jonathan, acquistai un breve testo di Husserl dal titolo La filosofia come scienza rigorosa e proprio ieri pomeriggio mi tornavano in mente alcune obiezioni di Husserl a Dilthey, lì presenti. Premetto che mi muovo su questi testi come un elefante in quanto non solo ho una conoscenza manualistica delle questioni, ma mi sento lontano dal periodo e la particolare scrittura husserliana fa il resto. Ciò che mi rimase dalla lettura è l'idea di un approccio alla storia della filosofia che si ponga come fine la ricerca delle strutture teoretiche che soggiacciono ai vari pensatori. Ecco, in conclusione mi sembra che, considerate tutte le differenze del caso etc., questa concezione della filosofia sia molto più autentica e vicina ai problemi dell'uomo - pur conscio che parlando autenticità stia aprendo un'altra questione enorme.

21 settembre 2009

Lettera colma d'odio

Giorni fa ho scritto e diffuso ai miei amici e conoscenti una lettera aperta con la quale denunciavo alcuni episodi e situazioni della nostra quotidianità che mi infastidiscono particolarmente. Con essi, gridavo la mia voglia di una rivoluzione culturale che passi anzitutto per lo studio e per la ricerca di una coscienza identitaria nella storia e in se stessi, riproponendo quello schema antico a me molto caro: io-mondo-Dio. Con questa lettera, credo, si segni una nuova fase della mia ricerca personale, che ora è in definitiva rottura con il mondo; studiare e conoscermi, questo desidero. L'enorme eco che ha avuto questa lettera e la quantità di interventi e discussioni che si sono sviluppati in altri luoghi mi ha spinto a pubblicarla anche sul blog, nonostante essa partisse da esigenze e situazioni strettamente personali e ristrette. La lettera è scritta di getto e spesso sono guidato dallo stomaco più che dalla ragione; ecco perchè troverete espressioni forti e, forse, eccessive, che spero perdonerete.



Inizio con il porgere a tutti le scuse per questo sfogo perchè le mie parole saranno offensive per molti. Non peserò molto le parole ma scriverò di getto.

Dunque, iniziamo con il dire che qui in Italia c'è un tasso di nullafacenza pari solo al tasso di cretineria. Molta gente lavora, fa quel che può, tiene la tv spenta e non perde tempo su facebook come noi, a scrivere cazzate sull'informazione, sulle veline, sulla politica e su tutto ciò per cui ci attacchiamo. Perchè, diciamolo, possiamo permetterci di incornarci solo perchè siamo quasi nullafacenti e per quanto impegno mettiamo nei nostrio piccoli lavori e studi, ecco che magicamente il tempo per andare a farsi rimbecillire da queste "fonti di informazione" c'è sempre. Non mi ritengo un salvato, non penso di star fuori dalla mischia, anche perchè ho un blog su cui scrivo e sono spesso sui social network e altro, quindi è probabile che questo stesso messaggio sia frutto di rimbecillimento.

Stasera voglio chiedere a tutti un po' di silenzio. Per favore, un po' di silenzio e un po' di riflessione su ciò che accade. La cretineria difatti porta a parlare più di quel che si è pensato. L'ultima trovata odierna è scandalizzarsi tutti per le morti dei nostri connazionali. Onore ai paracadutisti, per carità, non mi sognerei di dire o pensare altro; tuttavia continuo a non capire le sproporzioni tra queste morti e altre tipi di morti, forse meno eclatanti, più silenziose. Mi si dirà: sì ma questi sono morti per difendere l'Italia. Beh, anche Raciti è morto per difendere l'Italia. Anche tutti quei padri di familia che muoiono sul lavoro o il nostro Antonio Russo, giornalista, morto per mano sovietica. Insomma, non esistono morti di serie A.

Vedo la massa dirigersi sempre da qualche parte. Vedo tanti ragazzi pressocchè nullafacenti impegnarsi a scrivere su internet per la liberttà di informazione - paradosso: se non ci fosse libertà, loro non starebbero a scrivere. Vedo chi fa appello alla costituzione, dimenticando che i loro nonni non stavano a scazzafottare ma in silenzio lavoravano, sudavano e magari morivano per portare a casa una pagnotta. Vedo scarso attaccamento a quei nonni, a quella famiglia che li ha accuditi e che ci permette di vivere. Mancanza di rispetto verso chi lì'ha libertà davvero non sapeva cosa fosse.

Vedo un'Italia fatta di persone viziate che parlano di libertà e valori, ma si ricordano dei valori solo quando c'è da onorare un morto, dimenticandosi degli altri fratelli. Vedo gente che si accontenta dei dualismi, si accontenta di vedere il male in una persona, in un partito, in una corrente e il bene in se stessi. Vedo gente che si crede a favore dell'ambiente, che dà addosso all'Eni ma utilizza la benzina delle automobili e fa il cazzo del comodo suo. Vedo gente che sta son il sorrisetto sulla bocca, con la polo firmata, con le bretelle e parla di lavoro e operai. Vedo amici che condividono pensieri e cazzate solo perchè è da fare per esser qualcuno in società o perchè altrimenti si è "fuori" dal gruppo. Perchè i ragazzi son intolleranti, non lo sapevate? Vedo scarso senso di responsabilità, vedo gente che mangia e beve e fa lo spirito libero, il "clochard!!" - con i soldi di papà.

Non è una lettera d'odio, ma solo uno sfogo per chi non riesce a starci in questo mondo. Perciò dico basta. Perciò me ne fregherò di tutto e vi lascio parlare: isolamento. Nient'altro.