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Visualizzazione dei post da Aprile, 2014

Le radici filosofiche dello Stato moderno / K. Marx

Il collettivismo e la negazione della proprietà privata come tratteggiato da Rousseau iniziano a preparare il terreno al socialismo di Karl Marx, che nelle sue differenti traduzioni politiche concrete, segnerà in maniera indelebile la Storia della filosofia e la storia stessa dall'ottocento in poi. Figlio diretto di quelle stesse radici soggettiviste e atee che abbiamo visto nascere nel seicento, Karl Marx prefigurerà la grande utopia dell'uguaglianza tra gli uomini. A suo dire, essa sarebbe possibile soltanto abdicando ad ogni dimensione dell'agire privato e convogliando ogni sforzo proletario verso la grande rivoluzione. In tal senso, Marx è il punto di riferimento principale e l'inizio di una diversa stagione politica, che inizierà anche a parlare un altro linguaggio - ad esempio l'utilizzo marxiano dei termini "borghese" e "proletario" cambierà per sempre la percezione delle categorie sociali; al contempo, però, - ed è quel che stiamo cerca…

Le radici filosofiche dello Stato moderno / J.J. Rousseau

Tra le diverse traiettorie che la nuova forma statale ebbe nelle varie tradizioni della filosofia politica moderna prendiamo in considerazione quella che, a nostro avviso, rappresenta l'inizio di una curvatura particolare, che condurrà pian piano verso lo Stato totalitario del novecento. Molto presto, infatti, i cittadini dello Stato moderno assisteranno ad una vera e propria eterogenesi dei fini: quello stesso Stato che era nato con l'intento di salvaguardare la vita e la libertà dell'individuo dinanzi alle guerre civili europee e che poi sarà forgiato nel fuoco della Rivoluzione francese diverrà nel Secolo breve il primo elemento di oppressione degli individui: è lo Stato moderno che diviene totalitario. Se dovessimo individuare il momento in cui il bilanciamento tra individuo e Leviatano iniziò a scomparire a vantaggio del secondo dobbiamo rivolgerci alla Francia del settecento: è qui che, appunto, inizia propriamente a prendere forma la dicotomia Stato-individuo.

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Le radici filosofiche dello Stato moderno / Il Leviatano

Si può agevolmente affermare che la storia politica del seicento contenga la rappresentazione plastica di quello che Thomas Hobbes chiamò lo stato di natura, ovvero il bellum omnium contra omnes. Ma tale fenomeno non è da pensare come circoscritto alla sola politica. Ad esempio anche la teologia aveva portato alla formulazione di tante Chiese, di tante correnti dogmatiche, di tante divisioni e tale frammentazione aveva condotto alle guerre tra cristiani; per questo caratteristica dello Stato doveva essere il saper oltrepassare le differenze religiose e stringere tra le parti un pactum di convivenza civile – appunto, della civitas. E fu questa l'intuizione di Thomas Hobbes: oltrepassare lo Stato di natura, in cui l'homo, preoccupato solo di sé stesso era homini lupus - perché governato solo da spinte egoiche che lo portavano a confliggere con i propri simili - e pensare ad un pactum tra i singoli che in tal modo possano mettere da parte le proprie prospettive personali.

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Le radici filosofiche dello Stato moderno / Il seicento

Bisogna avere ben presente che quando nel 1648 a Westfalia si assisteva alla nascita ufficiale dello Stato moderno, ciò che allora stava muovendo i primi passi non era semplicemente una dottrina politica, ma si trattava di una vera e propria visione del mondo, che di lì a poco avrebbe dato forma alla vita civile e politica, ma anche alla scienza e alla metafisica dell'epoca: era il mondo moderno. Non si comprende quindi l'epopea dello Stato se non lo si pensa immerso nell'ambiente culturale e filosofico del seicento e soprattutto se non lo si interpreta come l'espressione politica più coerente rispetto a ciò che in quel tempo stava sviluppandosi in tutti i campi del sapere. La filosofia, ad esempio, aveva già trovato una fondazione con il Discorso sul metodo di Renato Cartesio (1637) e non era da meno la scienza con Francesco Bacone (1620) o l'astrologia, che nel frattempo era divenuta astronomia, grazie alla rivoluzione di Copernico e Galilei (1632).�������������…

In memoriam Klaus Reinhardt

Il Prof. Klaus Reinhardt è deceduto l'8 aprile 2014 a Trier. Scrivere qualcosa di esaustivo sul suo enorme apporto alla ricerca cusaniana dell'ultimo cinquantennio appare in questa sede molto difficile. Tra il 1969 e il 2003 è stato professore di Teologia dogmatica all'Università di Trier ed è stato a lungo impegnato nella promozione della Cusanus-Gesellschaft; sempre a Trier, è stato colonna portante del Cusanus-Institut, che ha diretto tra il 2000 e il 2007. Nella sua vita da studioso ha avuto il merito di spingere sempre verso l'internazionalizzazione della ricerca e ha diffuso in tutto il mondo il pensiero di Nicola Cusano mediante libri e articoli in lingue diverse e conferenze. Ho conosciuto il prof. Reinhardt nel 2010 e da allora ho avuto spesso l'occasione di incontrarlo in vari convegni in Germania e in Francia, a cui lui stesso non ha mai rinunciato a partecipare nonostante fosse da tempo malato. Conservo come modello e con grande ammirazione il ricordo d…