"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, aprile 27

Le radici filosofiche dello Stato moderno / K. Marx

Manifesto russo del 1918
Il collettivismo e la negazione della proprietà privata come tratteggiato da Rousseau iniziano a preparare il terreno al socialismo di Karl Marx, che nelle sue differenti traduzioni politiche concrete, segnerà in maniera indelebile la Storia della filosofia e la storia stessa dall'ottocento in poi. Figlio diretto di quelle stesse radici soggettiviste e atee che abbiamo visto nascere nel seicento, Karl Marx prefigurerà la grande utopia dell'uguaglianza tra gli uomini. A suo dire, essa sarebbe possibile soltanto abdicando ad ogni dimensione dell'agire privato e convogliando ogni sforzo proletario verso la grande rivoluzione. In tal senso, Marx è il punto di riferimento principale e l'inizio di una diversa stagione politica, che inizierà anche a parlare un altro linguaggio - ad esempio l'utilizzo marxiano dei termini "borghese" e "proletario" cambierà per sempre la percezione delle categorie sociali; al contempo, però, - ed è quel che stiamo cercando di mostrare - la filosofia di Marx si pone come il risultato di un'ampia rosa di tendenze e componenti che hanno una genesi lontana e un'incubazione molto lunga nella storia della filosofia moderna, dove sono discese e rispuntate in superficie come fiumi carsici: tra di esse si era citata la stagione dell'ateismo che nasce nel Seicento (e che, come ricordava Augusto Del Noce, è sua "aporia costitutiva"); l'idolatria dello Stato, cioè il dio mortale di Hobbes, che pretende il controllo dell'umanità intera per un nuovo progetto politico comunitario che avrebbe dovuto assicurare a tutti la pace; e, non da ultimo, le teorie dello Stato etico e della volontà generale che abbiamo visto nascere con la filosofia di Rousseau.

Il socialismo convoglia quindi gli elementi individualistici, ateistici e filo-statali evidenziati fino ad ora nel corso della modernità, presentando forse per la prima volta un modello di moderno Stato totalitario che avrebbe regalato agli individui-proletari quella Felicità, quella Giustizia e quell'Uguaglianza che sono diritti di tutti (si sente l'eco dell'Illuminismo), ma che questa società corrotta - nel senso di Rousseau - non ha mai saputo assicurare. Nel socialismo si presenta dunque alla massima potenza la promessa iniziale con cui era nato lo Stato: addomesticare ogni pulsione interna di guerra tra le varie tradizioni, religioni e interessi individuali e assicurare agli uomini un orizzonte comune (perché mediato dallo Stato) di pacem in terris. Questa promessa di Libertà e Uguaglianza, però, non era una vaga aspirazione umanista; al contrario, essa era da costruire con mani umane, radendo al suolo attraverso la Rivoluzione proletaria ciò che sino ad allora aveva rappresentato lo Stato borghese, cioè il potere dei pochi sui molti, sul popolo. Tale Rivoluzione avrebbe finalmente restituito all'uomo la sua dimensione originaria di Uguaglianza perché avrebbe cancellato la borghesia corrotta e, con essa, ogni forma di potere dell'uomo sull'uomo, come le religioni; ed essa - ancora seguendo Rousseau – avrebbe rappresentato la volontà generale, che si sarebbe espressa, appunto, nel "popolo”. Ecco, il "popolo": nasce una nuova categoria politica in senso forte. Ma in questa promessa biblica di Redenzione non c'era tuttavia spazio per alcun altro Dio, alcuna altra prospettiva politica, nessun'altra molteplicità di vedute che discostasse della Rivoluzione e dallo Stato, ovvero dall'unica verità ortodossa presente nel Manifesto, il testo sacro del marxismo. In realtà, benché su un altro piano, già Hegel aveva prefigurato un'idea di Stato che avrebbe potuto tenere in sé e realizzare le coscienze individuali; a differenza di Hegel, Marx recupera le tradizioni propriamente politiche di Hobbes e Rousseau e riporta Hegel sul piano della concretezza politica (ne abbiamo discusso qui). Ecco che per Marx, ma soprattutto per il marxismo successivo a Marx, lo Stato diventa l'unico vero mezzo per contrastare il capitalismo delle forze private e garantire le basi per la futura società comunista.

In definitiva, con il socialismo il dio mortale di Hobbes diventa Dio a tutti gli effetti: è lo Stato che garantisce Uguaglianza e Libertà per tutti, contro una società borghese che invece ha saputo soltanto dare spazio alle brame soggettivistiche e alle volontà private di potere. Ancora, è lo Stato che saprà indirizzare ogni pulsione e creerà la Società degli Uguali nell'Avvento della futura Società Comunista: sono parole a forte carica religiosa, come aveva segnalato anche Karl Löwith, e sono il manifesto di quella straordinaria eterogenesi dei fini a cui ha dato vita la modernità. Essa, che era nata con il sogno di trovare uno spazio di dialogo laico e neutro per garantire la convivenza civile delle molte religioni e delle molte tradizioni entro uno stesso spazio politico, sfocia con il socialismo in una nuova Religione Pubblica, dove lo Stato, il dio mortale, è l'unico padrone delle coscienze individuali e promette un Regno di Uguaglianza e Pace. Questa religione civile è alla base delle catastrofi del novecento e dei totalitarismi di destra e di sinistra, che in effetti nascono tutti da un'aspirazione atea e socialista. Che essa sia scomparsa per sempre? O forse è solo sprofondata sotto terra, in attesa di trovare una nuova sorgente, come un fiume carsico, per riemergere in superficie e scorrere in questa nostra Europa? Secondo altri, invece, essa non è mai scomparsa, nonostante la guerra: è rimasta in Europa, come uno spettro da cui non siamo riusciti a liberarci e che oggi potrebbe trovare nuovo terreno fertile nella nostra società liquida e incapace di darsi criteri valoriali su cui fondare la nuova sfida della convivenza globale.


Vedi anche:
Le radici filosofiche dello Stato moderno / Il seicento
Le radici filosofiche dello Stato moderno / Il Leviatano
Le radici filosofiche dello Stato moderno / J.J. Rousseau




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