"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, febbraio 18

Karl Marx può interessare alla filosofia teoretica?

Copertina di una rivista francese, 1934 (ca.)
Domanda complessa, per una serie di motivazioni. La prima, direi, è nella figura stessa di Karl Marx, che difficilmente si presta a giudizi asettici. Non si discute del valore dell'uomo e della potenza politica di una dottrina che ha segnato un'epoca nuova e che ha innervato la società di massa del secolo scorso; non si vuole, cioè, discutere se egli possa o meno sedere in quella sorta di Pantheon delle divinità filosofiche o nel paradiso politico della rivoluzione socialista. Sì, sembra una questione difficile. In effetti richiederebbe un lavoro di astrazione da molti pre-concetti e dalla carica emotiva che si può serbare nei confronti del filosofo di Trier e di ciò che egli ha rappresentato per le speranze di molte generazioni. Al contrario, la domanda è precisa: in che misura Karl Marx può rivelarsi interessante per la filosofia teoretica, classicamente intesa? In altri termini si chiede se e quale contributo ha potuto offrire Karl Marx alla tradizione della filosofia classica e dell'hegelismo da cui ha mosso i primi passi. Ho la sensazione, difatti, che se possiamo trovare dell'acume teoretico in Marx, lo dobbiamo alle sue frequentazioni hegeliane - ma forse è lapalissiano: come trovare spunti teoretici nella teoria economica del Capitale? Allora, è da Hegel che bisogna partire. E ad Hegel, forse, tornare.

La tesi che intendo avanzare è semplice: mi sembra che il merito teoretico più interessante di Marx sia stato quello di aver preso sul serio la dimensione storica che in Hegel sembra costitutiva, ma che, a ben vedere, non è propriamente il piano su cui si svolge la riflessione complessiva. Hegel si muove - ma su questi temi attendo smentita, non essendo uno specialista del settore - su una dimensione tutta teoretico-spirituale. Di cosa tratta la Fenomenologia dello Spirito, se non propriamente dello Spirito? Qual'è il destino dell'essere nella sua esplicazione storica, se non il culminare nella realtà dello Spirito - e cioè in una conoscenza (teoretica) del Sè come Uno-che-è (quale, più avanti, segnalerà Giovanni Gentile)? Lo storicismo in Hegel è subordinato al cammino di conoscenza spirituale dell'Io, che man mano si percepisce sempre più come Tutto - Idea, Natura, Spirito. Schelling, dopo la morte di Hegel, andrà a sottolineare proprio come l'hegelismo si muova esclusivamente nella dimensione logica, tanto da essere percepito come una filosofia negativa, che può soltanto restringere il focus della ragione intorno alla cosa, ma, che, propriamente, non tocca la realtà-in-sè. La quidditas della cosa, che, anzitutto è esistente (e che dunque è posta), è ancora inattinta; sarà necessario, quindi, attraversare Hegel, oltrepassare l'estasi della ragione e volgersi verso la filosofia positiva.

Credo che Schelling abbia colto il punto nodale. Karl Marx, da parte sua, sembra leggere il movimento dello Spirito similmente a Schelling - cioè come un moto anzitutto "logico"; eppure, invece che sbloccare l'impasse tramite l'ontologia - come Schelling, che recupera buona parte della tradizione neoplatonica e teosofica - Marx torna indietro e costringe Hegel nella Storia. La vignetta che riportiamo, appena trovata in rete, rappresenta Hegel e Marx come alternativi, opposti. Non è propriamente così. Piuttosto, li Immaginerei (e faccio subito ammenda per la semplificazione) un po' come Platone e Aristotele dipinti da Raffaello: è Marx-Aristotele a mantenere la mano sul divenire. D'altronde per "misticismo logico" Marx non intende altro che questa posizione: pensare il rapporto tra le autocoscienze come un percorso di reciproco riconoscimento significa mistificare la Storia, perchè la Storia ce lo racconta diversamente. La storia ci racconta che il rapporto tra le autocoscienze è un rapporto di produzione ed è segnato dalle logiche del Capitale. E, nello specifico, è caratterizzato da una costitutiva oppressione del padrone sul servo. Touché. Questo, a mio avviso, è l'elemento più brillante della filosofia di Karl Marx, perchè è la vera fondazione dello storicismo.


3 commenti:

sgubonius ha detto...

Hegel tenta proprio di immanentizzare tutto, Marx non ci prova nemmeno, in sostanza se ne frega delle quidditas, parte dal presupposto che siano tutte sovrastrutture. Si può leggere Marx da Hegel, ma non credo si possa fare il contrario senza lasciarne fuori una gran parte. Il piano storico è sempre solo un aspetto di quello logico.
Detto questo è chiaro che nell'ambito dialettico ribaltare una posizione vuol dire farne parte, per cui è fondata l'idea che in fondo Marx ed Hegel stiano dalla stessa parte della barricata.

Quale sia questa barricata credo lo abbia ben mostrato Heidegger.

Andrea Fiamma ha detto...

Sì, sono d'accordo con te, sono dalla stessa parte della barricata. Allora riformulerei il titolo: cosa salviamo di Marx dopo Heidegger? Io credo soltanto - e non è poco - l'elemento storicistico che ho riportato. E solo quello. Il che, ovviamente suona blasfemo ai vari marxismi che ancora agiscono nel mondo filosofico e che si pretendono persino essere il nuovo - si veda il recente dibattito sul neorealismo o la lettera dei quattro intellettuali marxisti (ma, ripeto, non voglio fare un discorso politico, bensì esclusivamente di filosofia teoretica!)

sgubonius ha detto...

Heidegger e Marx sono forse i poli più opposti che si possano pensare. C'è anche una curiosa intervista dove Heidegger parla proprio di Marx, ormai sei abbastanza teutone da goderne: http://www.youtube.com/watch?v=jQsQOqa0UVc

L'empirismo e lo storicismo ovviamente ribalterebbero ulteriormente quanto dice Heidegger mostrandogli quanto il mondo è cambiato per Marx e quanto poco per lui. Ma è evidente che i due opposti qui non si parlano, proprio perché non sono due opposti dialettici (altrimenti sarebbero Hegel e Marx, uno ribalta l'altro, ma più che altro come le figure nelle carte da gioco, che alla fine compongono la stessa essenza).

Cosa salviamo di Marx dunque? Penso esattamente che dipenda da che "punto di vista" partiamo. Al di là del "punto di vista", resta un valore di Marx aver portato all'estremo certe istanze hegeliane (volgarizzandole) ed aver così permesso di chiarire meglio gli indirizzi.

Chiudo citando un testo secondo me interessante anche se non... capitale... come Spettri di Marx di Derrida. Presenta alcuni spunti interessanti su cosa ha significato e può ancora significare Marx (e come lui un Freud, senza arrivare a Nietzsche) come stimolo per le questioni filosofiche. Anche di filosofia teoretica cioè.