"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, luglio 22

Introduzione a Meister Eckhart

a cura di Gioele Gambaro


Biografia

Eckhart von Hochheim, nacque intorno al 1260, e probabilmente compì i primi studi ad Erfurt. Domenicano, fu seguace delle dottrine filosofiche di Alberto Magno e poco incline alle tendenze tomiste che si stavano affermando alla fine del Duecento. Verso il 1280, Eckhart entrò nello Studio Generale di Colonia – uno studio preposto alla formazione della classe dirigente e agli insegnanti dell’ordine –, e fu in seguito invitato a completare i suoi studi all’Università di Parigi, per conseguire il titolo di baccelliere e di magister sententiarum. Il percorso educativo previsto allo Studium fondato da Alberto presentava notevoli innovazioni sul piano didattico rispetto alle Scholae che erano diffuse soprattutto in Francia: anziché concentrarsi sull’abituale corpus di testi, vale a dire le Sacre Scritture e le Sentenze di Pietro Lombardo (manuale di teologia del XII secolo, che affrontava diverse questioni in brevi  detti, appunto “sentenze”), prevedeva lezioni su testi dello pseudo-Dionigi l’Aereopagita e, a partire dal 1250, sull’Etica Nicomachea di Aristotele. Terminato il periodo di formazione parigino, Eckhart ritorna in patria e nel 1296 Teodorico di Freiberg lo nomina suo vice alla direzione della Teutonia, vasta provincia dell’ordine domenicano. Tornerà in seguito ad insegnare a Parigi. Nel 1303 la provincia di Teutonia viene divisa, e Eckhart è messo a capo di quella di Saxonia. Terminata l’esperienza come priore della Saxonia, Eckhart tiene un secondo magistero parigino, dal 1311 al 1314. Nel 1326 inizia un lungo processo, partito dalle accuse di due domenicani, Ermanno di Summo, priore provinciale, e Guglielmo di Niedecke. La prima fase del processo è sotto la giurisdizione del vescovo di Colonia, Enrico di Virneburg, con l’accusa di eresia. Nei suoi memoriali Eckhart si opporrà a questa scelta, sostenendo che, in quanto domenicano, non è soggetto alla giurisdizione del vescovo. Viene ripetutamente interrogato, e il processo prosegue. L’anno successivo, Eckhart si rivolge al Papa, Giovanni XII, per chiedere che il processo venga preso sotto la sua giurisdizione. La richiesta viene accolta, e il processo è spostato ad Avignone. Qui Eckhart trova un ambiente più favorevole e il processo per eresia viene derubricato a processo per errore dottrinale. Con la bolla In agro dominico  del 1329 vengono condannate alcune proposizioni, prevalentemente inerenti all’attività pastorale di Eckhart. Si tratta comunque di una condanna lieve, che in sostanza accoglie la linea difensiva di Eckhart.


Il “Commento alle Sentenze”

Il primo testo di Eckhart di cui disponiamo è un Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo del 1294, risalente al periodo di formazione parigina cui si è poco fa accennato. Un commento alle sentenze costituivano allora generalmente la prima pubblicazione scientifica per un aspirante maestro di teologia. La lezione, di cui ci è rimasta la prolusione, è del 1293. Essa è rilevante perché vi troviamo abbozzati alcuni degli argomenti che saranno cardini nel pensiero di Eckhart e nella fattispecie:

  • il recupero della filosofia pagana nel contesto della religione cristiana;
  • la differenza ontologica fra Dio e il mondo creaturale;
  • l’umiltà intesa non più come virtù ma come condizione ontologica per realizzare appieno la propria umanità.

In questo primo testo compare inoltre per la prima volta la famosa definizione di Dio come “sfera intelligibile, il cui centro è dappertutto e la sfera in nessun luogo”. La citazione proviene da un testo molto importante per Eckhart, il Libro dei XXIV Filosofi, un tempo attribuito ad Ermete Trimegisto. e che riporta 24 definizioni di Dio enunciate da antichi filosofi riuniti in un sacro convivio.


I Discorsi

Un’altra opera rilevante di poco successiva al Commento alle Sentenze sono i Discorsi (Reden); si tratta di un testo scritto in volgare e databile fra il 1294 e il 1298, che si struttura in 23 capitoli, ciascuno dei quali è una risposta a domande inerenti le virtù monastiche. I Discorsi sono una reinterpretazione delle tre principali virtù monastiche (obbedienza, povertà, castità), che spesso Eckhart denoterà con l’aggettivo “vera”, per distinguere dalle adesioni più superficiali a tali virtù. Nella tradizione cristiana, l’obbedienza era vista come inserita in un mondo gerarchizzato; le gerarchie sociali erano il riflesso di quelle naturali: così come i principi superiori - ad esempio i movimenti degli astri - presiedevano ai fenomeni sublunari, allo stesso modo il cristiano non doveva obbedienza solo a Dio, ma a tutti i suoi superiori nella gerarchia sociale. Gerarchia sociale che, al pari di quella naturale, era considerata necessaria e immutabile. In Eckhart l’obbedienza assume dei tratti particolari: essa riprende lo schema, che abbiamo già avuto modo di osservare e che spesso si presenta in questo pensatore, di un contemporaneo abbassamento e innalzamento. Con l’obbedienza l’uomo si svuota della sua volontà, “esce dal suo proprio”, ma in questo, grazie a un comune sostrato ontologico (avremo modo di ritornare su questo punto) con il divino, porta a una sostituzione della volontà individuale con quella divina. Se l’uomo non vuole per sé, sarà Dio a volere per lui. Dalla vera obbedienza discende la vera povertà. Essa non è tanto un privarsi delle cose materiali. Infatti, argomenta Eckhart, nel privarci di esse noi continuiamo ad attribuirgli un potere assoluto su di noi, che è quanto invece va superato. Si tratterà allora di rapportarsi alle cose mondane con distacco, senza attribuirgli importanza e senza dipendere eccessivamente da esse. Nei Discorsi è implicitamente presente la tesi, cui abbiamo già accennato, che il mondo il mondo creaturale si caratterizzi per la sua determinatezza (l’essere hoc et hoc), dove invece Dio è distinto dalla sua indeterminatezza. Così i processi di vera obbedienza e vera povertà consistono in ultima analisi in un processo volto a liberarsi delle proprie determinazioni individuali per giungere a un contatto con il divino.


Il progetto dell’Opus Tripartitum

L’Opus Tripartitum è la più importante opera di Eckhart, alla quale egli lavorerà per moltissimi anni. Non disponiamo del testo completo, ma doveva essere suddivisa in tre parti:

  • l’Opus propositionum avrebbe dovuto comprendere più di mille proposizioni suddivisa in quattordici trattati;
  • l’Opus questionium, ovvero una raccolta di circa mille questioni;
  • l’Opus expositionum, diviso a sua volta in due parti, la prima costituita da un commento esegetico alla Sacra Scrittura, la seconda da Sermoni.

Non disponiamo dell’Opus propositium, ma dal Prologo generale è possibile ricostruirne a grandi linee il contenuto. Eckhart presenta 14 coppie di trascendentali (nella filosofia scolastica, quei concetti anteriori alle 10 categorie aristoteliche), con i rispettivi opposti.  Oltre ai quattro trascendentali classici Essere, Unità, Verità e Bontà, in questa lista compaiono anche delle virtù etiche come Onestà e Carità, e concetti generali come Idea, Tutto e Sostanza. Un’importante differenza rispetto al pensiero classico è che i trascendentali non sono considerati primi solo dal punto di vista gnoseologico, ma anche ontologico. Essi vanno a coincidere con Dio stesso. Seguendo la linea di un emanazionismo neoplatonico, Eckhart argomenta che i trascendentali sono sostanze e dunque hanno un valore causativo rispetto alla realtà. Ogni volta che di qualcosa si predica che è buono o vero, lo è non in sé, ma in relazione alla bontà o alla verità – quindi, come si è visto, in ultima istanza, a Dio. Per chiarire questo concetto Eckhart si serve di un esempio riportato da Aristotele. Così come diciamo certi cibi sani, ma in realtà a essere sano è solo l’uomo, e i cibi saranno sani solo in relazione a lui, così le predicazioni inerenti alle cose concrete saranno tali solo per analogia, e in relazione ai trascendentali cui si riferiscono.


I Sermoni e i Commenti all'Ecclesiastico

Durante il periodo il cui fu priore della provincia di  Sassonia, a partire dal 1303, Eckhart compose alcuni Sermoni e i Commenti sull’Ecclesiastico che, verosimilmente, dovevano confluire nell’Opus Tripartitum. In questi testi Eckhart sviluppa il tema del divino. In esso non ci sono il più o il meno, e gli opposti coincidono. Se nel mondo creaturale, come si è detto, vi è la causalità finale ed efficiente, riguardo al divino Eckhart preferisce parlare di causalità essenziale, volendo indicare con ciò che l’effetto è già contenuto nella causa. Questo porterà Eckhart a formulare la dottrina del duplex esse. Le cose ricevono l’essere da Dio, causa prima, le cui idee sono nell’intelletto divino, e il loro essere viene determinato dalle cause seconde (intelligenze celesti, movimenti dei cieli, etc.), come abbiamo visto; in questi due ambiti ontologici operano diversi livelli di causalità. Le essenze sono nelle regione dell’intelletto, le cose determinate in quello dell’essere. Riprendendo la citazione del Libro dei XXIV filosofi secondo cui Dio è quella sfera intelligibile il cui centro è dappertutto e la sfera in nessun luogo, Eckhart argomenta che Dio, in quanto causalità essenziale, è presente in tutte le creature, ma non coincide con nessuna di esse.


Il Commento al Libro del Genesi

Il Commento al Libro del Genesi si focalizza sull’uomo come immagine di Dio, dal noto versetto “Faciamus homines ad imaginem et similitudinem nostram”. La teoria dell’immagine era stata sminuita dalla tradizione, arrivando a considerare l’uomo, più che creato come a immagine di Dio, come riportante un qualche segno del suo creatore. Si capisce bene come Eckhart, che tante volte abbiamo visto sostenere punti di contatto fra l’uomo e la divinità, non possa accettare una simile interpretazione. Egli pone il punto di contatto fra l’uomo e il divino principalmente nell’intelletto. Sarà dunque in ragione dell’intelletto che l’uomo sarà a immagine di Dio. Esso infatti, potendo accogliere qualsiasi ente, gode in un certo senso di quell’indeterminatezza che Eckhart ha posto come caratteristica distintiva di Dio. Questa tesi era già stata proposta in verità, ma sempre con il rischio di una impostazione averroista, per cui l’intelletto sarebbe stato l’intelletto agente e sovrasensibile di cui parlava Averroè, mentre Eckhart pensa invece a un intelletto singolare. Essendo l’elemento intellettuale quello che porta alla somiglianza con Dio, le creature irrazionali non saranno prodotte a somiglianza di Dio, ma delle idee che sono in Dio.


Il Commento al Libro dell'Esodo

Del Commento al Libro dell’Esodo particolarmente ricca è l’analisi del versetto “Ego sum qui sum”. Eckhart ne fornisce anzitutto un’analisi grammaticale. Il pronome “ego” significa la sostanza pura, senza accidenti e ben si adatta a Dio, così come ben si adatta il pronome indefinito “qui”, proprio in quanto indeterminato (abbiamo visto essere l’indeterminatezza la caratteristica distintiva di Dio secondo Eckhart), e si è già parlato di come il verbo “esse” ben si accordi a Dio.


Le dispute

Durante il suo primo magistero parigino Eckhart presiede numerose dispute. Al di la del loro contenuto specifico, esse sono rilevanti perché chiariscono alcuni punti del pensiero di Eckhart. Abbiamo già visto come Eckhart distingua tra un mondo creaturale, in cui vige la causalità formale e efficiente, e il divino, che è sovrannaturale. Dio è indeterminato ed è puro pensiero (intelligere), perché solo il pensiero ha quella caratteristica di essere converso su sé stesso, identità dinamica. Con il primato dell’intelligere in Dio, Eckhart considera lo stesso essere non più come un attributo di Dio, ma come la prima delle sue creazioni. Questo può apparire una contraddizione rispetto ad altri passaggi di Eckhart. In realtà egli considera l'essere in due diverse accezioni: talvolta, come da tradizione, come il primo Nome di Dio, mentre in altri contesti come la prima creatura. In questo secondo senso egli lo intende pressapoco come sinonimo di “ente”, vale a dire qualcosa che determina e delimita – e ciò, abbiamo visto, appartiene al mondo creaturale non a Dio.


L'Etica

Una particolare importanza riveste il pensiero morale di Eckhart, presente in molte sue opere e predicazioni. Saranno proprio i contenuti morali delle prediche di Eckhart, incentrate su una morale dell’intenzione, a portarlo al processo di Colonia. Tommaso d’Aquino aveva scelto di identificare la modestia aristotelica, vale a dire un coerente conformarsi ai propri limiti, con l’umiltà cristiana. In tal senso la funzione dell’umiltà era quello di moderare gli appetiti e le ambizioni e di non far cadere l’uomo nella vanità. Eckhart ripensa radicalmente il concetto di umiltà: essa è la caratteristica dei grandi uomini, i quali, più si abbassano, più si innalzano davanti a Dio. Inoltre è solo attraverso l’umiltà che si può giungere a una vera Sapienza che per Eckhart, sulla linea di Agostino, è sempre interiore. Analizzando l’Opus tripartitum abbiamo osservato come fra i trascendentali siano presenti anche alcune virtù etiche, e il rapporto che intercorre fra un trascendentale e la sua presenza in un ente concreto. Da ciò discende che l’uomo, nel momento in cui agisce rettamente, entra in rapporto con il divino. Il suo agire è retto in quanto in rapporto con la bontà, che è in Dio. Ciò implica che non vi siano azioni più o meno buone, in quanto tutte partecipano di questo rapporto con il divino. In quest’opera è molto presente uno dei tratti caratteristici della morale di Eckhart, vale a dire lo stoicismo. Esso si manifesta nella ricerca di una atarassia verso le cose del mondo,  un distacco (Gelassenheit): abbiamo già visto questa attitudine in precedenza, ma prima questa attitudine era di distacco in senso teoretico (Abgeschiedenheit). Possiamo ritrovare elementi stoici anche nell’idea che la virtù sia conformarsi a una legge, per gli stoici naturale, per Eckhart divina e al contempo, per i presupposti di contatto fra umano e divino, interna all’uomo. Inoltre, la stessa definizione che Eckhart offre dell'uomo giusto ha forti influenze stoiche: per egli il giusto è imperturbabile dinanzi alle cose del mondo; egli inoltre sa conformarsi alla volontà di Dio e dà a ciascuno ciò che gli è proprio secondo un principio di equità. Eckhart si concentra anche sull'Honestas, che però, più che una virtù, è il principio ogni virtù: Honestas è infatti l'essere attratto da qualcosa per le qualità intrinseche, e non per le sue funzioni strumentali. Nel caso delle virtù, esse andranno appunto apprezzate e praticate di per sé, e non per vantaggi esterni che se ne possono derivare.


La dottrina della grazia

Le riflessioni di Eckhart hanno un’influenza anche nella sua dottrina della grazia. Con la partecipazione, in quanto essere intellettuale, dell’umano al divino, cade la distinzione tra natura e grazia. Lo stato di corruzione del peccato originale è da intendersi come l’essere collocato in un mondo determinato e spazio temporale. Ma è soltanto in quanto nell’uomo vi è presenza del divino che egli può ricevere la grazia.


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