"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

mercoledì, febbraio 24

Vincent Van Gogh

Questa mattina ho ricevuto una graditissima telefonata di un "viandante" della cittadella, il quale mi ricordava come troppo spesso i grandi filosofi e gli Spiriti più alti hanno avuto una vita materiale, per così' dire, mediocre, tra difficoltà e stenti d'ogni genere. Appena qualche ora dopo, leggo su un quotidiano la notizia dell'avvenuto ritrovamento di un'opera di Van Gogh, fino ad ora sconosciuta, nella cantina di un collezionista privato olandese, che - si legge sul Web - ha sempre avuto una «cattiva fama» come commerciante di opere d'arte. Vincent Van Gogh mi sembra un caso eminente di quella "cattiva vita materiale" a cui si faceva riferimento: visse sempre sull'orlo della poverà, spesso aiutato dal fratello Theo e dalla sorella Anna e fu costretto a spostarsi frequentamente, tra la sua Olanda, il Belgio e la Francia, la capitale dell'Impressionismo, proprio mentre si accingeva a "superararlo". L'interesse per Van Gogh, benchè occasionale, è espressione dello stesso ordine di convinzioni che da tempo cerco di esporre nella Cittadella. L'artista - scrivevo - è capace, perchè geniale, di render viva quella forza, quell'energheia, quella traccia che ognuno di noi ha in sè. Queste righe descrivono bene la figura di Van Gogh, che nel dipingere esperiva l'universo con un'intensità assoluta, forse eccessiva per un uomo, al punto di cadere in estasi ed uscire di senno.

I medici lo dichiaravano malato d'epilessia e isterico, ma quale limite vi è tra il sentire sovraumano di un artista e la follia di chi ha perso la ragione? Sì, van Gogh chiese spesso di esser portato in manicomio, ma, fortuna, non vi entrò. Per tutta risposta, dipingeva con una vera e propria vena "isterica", alternando periodi di frenetica produzione (si narra che dipingesse fino a 3 o 4 quadri al giorno) a momenti di tristezza e insoddisfazione, nei quali, forse, solo la sua pipa poteva rasserenarlo. Nella sua breve vita produsse quasi un migliaio di tele, tutte ispirate ai volti che incrociava e soprattutto alla natura, che sorprendeva nelle tele in pose straordinarie e dai più differenti umori. Nell'estate del 1890 cadde in una depressione fortissima senza via d'uscita. Una mattina chiese al padrone della locanda dove soggiornava di prestargli un fucile per quaglie; si diresse verso la riva di un fiume e si sparò, lasciando questo mondo immerso nella natura che aveva sempre amato. Qualche tempo dopo, molte sue opere finirono nel povero camino della sorella Anna, che non aveva denaro per acquistare la legna. Oggi quegli stessi quadri valgono una enorme quantità di denaro. Eppure mi piace pensare che Van Gogh avrebbe preferito vedere i suoi lavori nel fuoco, restituiti alla natura madre, più che venduti, ad un'asta miliardaria, ad aristocratici con l'anello d'oro.


14 commenti:

carlo ha detto...

Pensa alla vita di Spinoza. Hai letto la biografia intellettuale di Nadler, pubblicata da Einaudi ?

Andrea Fiamma ha detto...

Ciao Carlo. No, purtroppo non l'ho letta. Conosco la vita di Spinoza "manualisticamente", a grandi linee.

Marco Di Sciullo ha detto...

Carissimo Andrea, faccio mia, se mi permetti, la conclusione alla quale pervieni. Meglio consegnare al fuoco distruttore e purificatore l'opera e l'Alto ingegno di Van Gogh che assistere alla sua contaminazione e profanazione da parte del "materialismo aristocratico ed ingioiellato". E' vero quanto dici che "l'artista" , il filosofo e gli Spiriti più alti e nobili sono "soli" in quanto ai margini della vita materiale. Io credo che La loro "sofferenza" non origina dall'incomprensione immediata, da parte di noi tutti, del frutto del loro intelletto ma bensì dalla presa di coscienza di quanto il loro sentire,penetrando e descrivendo i "misteri" del divenire umano,aprono ancora infiniti ed incolmabili "spazi". Oggi si attribuisce un valore inestimabile a quelle opere. Il mondo materiale, il nostro mondo, che tutto rende merce ed a tutto attribuisce un "valore" è ,oggi, il tenutario del "frutto" di tanta umana sofferenza . Vorrei solo che gli uomini provassero ad incamminarsi nella "cittadella interiore" di Van Gogh e di tutti gli Spiriti più alti e sentirne ed osservarne i profumi e le emozioni che promanano dal loro insegnamente. Sono certo che quanti lo faranno troveranno le risposte che cercano alla loro esistenza.

Andrea Fiamma ha detto...

Marco sono d'accordissimo con la via che indichi. In effetti ho calcato la mano sulla conclusione conclusione sperando che qualcuno cogliesse il punto. In effetti il problema è proprio come e in che senso "assumere" la tradizione che ti precede e come affrontare una grande mente o un grande artista. E' un problema che a noi studenti torna in continuazione a porsi, qualora, ovviamente, si abbia la preoccupazione di porselo. La società attuale, a mio avviso, rende cattivo servizio a Van Gogh e su questo, vedo, siamo in sintonia. Rendere servizio ad un autore e saperne "assumere" lo Spirito per attuarlo in sè significa proprio quanto scrivevi: «Vorrei solo che gli uomini provassero ad incamminarsi nella "cittadella interiore" di Van Gogh e di tutti gli Spiriti più alti e sentirne ed osservarne i profumi e le emozioni che promanano dal loro insegnamente. Sono certo che quanti lo faranno troveranno le risposte che cercano alla loro esistenza». Ma ora andiamo avanti: questo metodo si limita solo ai grandi filosofi? O più essere esteso, mutatis mutandis a tutta la tradizione culturale che ci precede? Non è forse in questo vivere e sentire che si forma l'identità di un popolo, ma ancora prima di un uomo? Non è forse in questo "stare" nella tradizione, il solco nel quale siamo chiamati ad agire? Te lo chiedo perchè, da buon neoplatonico, non posso fare a meno di legare la diensione dell'Essere e della conoscenza di sè all'azione nel mondo, che è etica e politica. Ma, ancora una volta, è un approccio che da sempre è stato definito "conservatore", o, malamente, "di destra". Marco volevo sapere da te e da tutti coloro che avranno la bontà di rispondere, se condividi questo passaggio ulteriore e se si come lo concili con tutto il resto? Grazie.

Marco Di Sciullo ha detto...

Avere la volontà di incamminarsi per le vie delle "cittadelle interiori" del nostro prossimo è , in primis, atto di umiltà ed amore. La cultura e l'identità di un popolo originano, a mio avviso, dalla capacità che questo popolo ha di assumere ,come elementi costitutivi e distintivi, quei "valori" che,via via, si formano lungo il solco del vissuto,della "tradizione", intesa come accezione classica, ossia consegnare,trasmettere. Disconoscere questo concetto non aiuta a comprendere, poi, fino in fondo,le dinamiche della storia del pensiero e dell'agire dell'uomo.
Quando ci si sofferma a valutare i fondamenti oggettivi e razionali del divenire umano e si assegnano ad essi dei "giudizi"(buoni,giusti,leciti,illeciti o moralmente inaccettabili o inopportuni), costruiamo delle "griglie" (solco) che poi assumiamo come "carattere", "costume" o, meglio ancora, "consuetudine distintiva" .Dal "solco" così tracciato (etica) ogni uomo o popolo ,osserva e giudica i fatti ed i comportamenti singoli o sociali. Questo agire ,per me, rientra nel "normale comportamento" umano ; essere,quindi, nella "tradizione"(solco) giudicando ed assumendo o meno adattamenti e "valori" che via via il vissuto propone.
Se così è ,definire,allora, l'agire umano non può che essere "conservatore" in quanto l'uomo tende a "conservare" quei valori sperimentati e fondanti che guidano il suo agire. Non vi è nulla di "destra" in questo normale agire ; ma vi è tutto di "umano".
La "destra" è una definizione, limitata, in quanto parte, rientrante in un concetto "politico" . Anch'essa come "associazione di parte" assume, come "consuetudine distintiva" valori identitari rioconoscibili nell'agire "politico".
Ciò detto, caro Andrea,mi trovo perfettamente d'accordo con te quando affermi "..non posso fare a meno di legare la dimensione dell'Essere e della conoscenza di sè all'azione nel mondo, che è etica e politica..".
Avere la volontà e l'umiltà per riscoprire questi "sentieri" ed incamminarsi in essi è l'augurio che faccio a te e a tutti i giovani di buona volontà che vogliono migliorare questo mondo.

sgubonius ha detto...

Non entro in tutta la discussione, ma pongo solo una domandina che passa inevitabilmente di traverso in questo caso: questa "via interiore" tipica dell'artista e del filosofo, non ha qualcosa di inevitabilmente "distante" da un principio di identità (sia essa individuale o del popolo). Per porsi seriamente dei problemi come quelli che assillano questi individui, non è necessario avere delle incrinature nell'identità stessa, vere e proprie faglie vulcaniche del pensiero e della creatività?

Se non è un caso che gli artisti (e molti filosofi, soprattutto quelli meno "operai" come direbbe Nietzsche) vivano "ai margini", è forse perchè è solo in questo ambiente di sottrazione che si sviluppa qualcosa di nuovo, che poi magari andrà a sedimentarsi in tradizioni, scuole e prassi (come la lava che si solidifica). Il solco resta necessario egualmente, perché non altrimenti non si può uscirne, in un gioco tutto negativo e in cui l'aufhebung è una condanna.

Andrea Fiamma ha detto...

A Marco: scrivi con grande precisione e condivido tutto, in particolare quando dici: "Se così è ,definire,allora, l'agire umano non può che essere "conservatore" in quanto l'uomo tende a "conservare" quei valori sperimentati e fondanti che guidano il suo agire. Non vi è nulla di "destra" in questo normale agire ; ma vi è tutto di "umano".". E' sempre stata la mia convinzione, ma sono sempre stato identificato, per questo, come uno "di destra"!

Sgub: mi pare che l'idea archetipica dell'artista fuori dalla società debba essere abbattuta. Anch'essa ha radici storiche, guarda caso riferibili all'età moderna. Dopo la rivoluzione industriale e l'avvento del Capitalismo, la società si organizzò secondo nuove classi. Emerse, ad esempio, quella borghese, che diede vita alla Rivoluzione francese* e pian piano scomparvero la grandi casate nobiliari e i principati, dove l'artista aveva trovato la sede opportuna. Sin dall'antichità fino a l Rinascimento, l'artista era generalmente un uomo di corte, uno che, al contrario di quanto vogliano farci apparire oggi, frequentava i potenti e ne traeva i benefici. Avere artisti e filosofi con sè, era per i potenti un motivo di vanto e d'orgoglio. Se pensi al rinascimento, i Medici facevao a gara con la Santa sede per accaparrarsi filosofi, pittori e uomini d'ingegno, che venivano riveriti e rivestiti d'oro. Ma questo non accadeva solo nel nostro Rinascimento e ad artisti e autori, per così dire, "disinvolti". Forse non sai che a Roma, nel III° secolo dopo Cristo, la scuola di Plotino era in odore di Impero. Ci sono studi importanti su queste cose. La scuola non solo era frequentata da senatori e gente altolocata ma, probabilmente, era finanziata direttamente dall'Imperatore Claudio. Di più: è possibile che Plotino, che viaggava molto, si stanziò a Roma proprio per volontà imperiale. Così accadeva per tutto il medioevo, con picchi altissimi come quello di Federico II in Sicilia. La modernità invece colpisce proprio il nucleo "economico" della filosofia e dell'arte e si crea così l'immagine dell'uomo di cultura senza dimora, rinforzata dall'esempio filosofico e personale di Marx. I nuovi ricchi, i borghesi, sono dei lavoratori e degli esperti di finanza e distanziano volontariamente da tutto ciò che è stato il vecchio mondo, l'ancien regime. negli anni successivi, 1800, Il marxismo stesso ha avuto buon gioco a stimolare questo meccanismo e a creare quest'immagine errata. Fatto sta che da 400 anni gli artisti e gli uomini di cultura subiscono le conseguenze della definitiva crisi del potere aristocratico e ancora oggi non sono (siamo) riusciti a trovare un nuovo punto di riferimento economico e alla cultura si "tagliano" i fondi.

sgubonius ha detto...

Non fraintendermi, so perfettamente che è "necessaria" la struttura, la tradizione, quanto si è già solidificato prima (leggesi: il vulcano) perché il flusso creativo lavico si incanali. E' in qualche modo il complesso problema del rapporto fra l'artista e il linguaggio: da una parte egli è l'inventore di nuovi modi linguistici (che sono anche nuovi mondi), dall'altra è solo a partire da una lingua e da simbologie istituite che può muovere l'orma.

Poi la questione economica sarebbe un'altra strettamente parlando. In termini più analogici invece è lo stesso problema: l'artista deve sfamarsi, ma troverà sempre il modo di fare qualcosa che per il suo committente è del tutto incomprensibile. Non credo che sia cambiato molto col passare degli anni, si sono solo palesati dei meccanismi che prima venivano occultati dalle buone maniere.

Andrea Fiamma ha detto...

Guardate che coincidenza! La mattina di sabato 27 febbraio è andata in onda su Radio3 la puntata di "Uomini e Profeti" dal titolo: "Van Gogh. Una lettura teologica". Per ascoltarla, cliccate qui.

Vincent Van Gogh, prima di dedicarsi totalmente alla pittura, è stato predicatore evangelico.Quale dimensione della fede è raccontata nei suoi dipinti? Quale testimonianza ci ha lasciato nelle sue lettere e nei suoi scritti? Ne parliamo in questa puntata con il pastore Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica presso la Facoltà Valdese di Teologia.



Mentre ammiriamo le Tue opere, quando rendiamo grazie per la bellezza della Tua creazione, non sentiamo forse come quaggiù, non possiamo trovare una consolazione sufficiente? La luce del sole e lo splendore delle stelle, Signore, non possono bastarci, abbiamo bisogno di un'altra luce, di una luce più vivida, quello dello spirito e dei sentimenti che furono del Signore Gesù, l'amore per te, per Cristo e tra noi, l'uno per l'altro, in lui, la luce di un amore che cistringa e ci accenda nel cuore un incendio di zelo...

Vincent Van Gogh, Preghiera

Marco Di Sciullo ha detto...

Discussione molto interessante e pertinente . Aggiungo,parlando degli "artisti" e degli "Spiriti superiori", una mia personalissima riflessione . Ho già parlato della "solitudine" e , a volte, del "disagio" che avvolge e caratterizza la loro "esistenza". Ho già segnalato come è proprio la presa di coscienza che il frutto della creazione del loro ingegno, della loro "anima" , si "perde" nel confronto con il "Creato" , un'altra delle condizioni di "emarginazione". "Perchè non parli?" è l'urlo di Michelangelo davanti alla sua "creatura", il Mosè.
Questa "sofferenza", poi, è amplificata dalla consapevolezza che nessun simile, che poi giudicherà e "mercificherà" il frutto della loro sofferenza, sarà in grado di penetrarne i sentimenti. Resta,comunque, a mio avviso,assolutamente verosimile, che "l'arte" e la "scienza", in tutte le loro molteplici espressioni, nasce e si sviluppa all'interno di quel "solco" che,comunque, "segna" le nostre "cittadelle interiori". Vi è ancora un aspetto che caratterizza ,molto spesso, l'agire umano quando si trova al cospetto del frutto dell'ingegno ; ossia quello di porre la "cosa" che non si "comprende" ad un "livello superiore "che, poi, non è altro, secondo me,il tentativo,inconscio, di sopprimere la "cosa" stessa. Questo esercizio, molto spesso, lo identifico con la mercificazione che la società, cosiddetta moderna, tratta "lembi di coscienze illuminate". Vi è una immensa condizione di religiosità in ogni "artista", in ogni uomo di "scienza ",in ogni Spirito superiore; essi, nell'attimo stesso delle proprie creazioni e riflessioni, si innalzano rispetto alla materia che li permea e li circonda e si avvicinano a Dio. Questa condizione, che proietta l'animo umano a superare il limite della condizione materiale della "volgare" umana esistenza,rende l'uomo capace di guardare e sentire il Creato con i "sensi" della propria anima. E' proprio in questo momento e forse "solo" in questo momento che ci si innalza ,osservando, con luce giusta il "solco" ; ed è proprio in questo momento che è possibile percepire e comprendere le infinite strade delle nostre "cittadelle interiori.
Questo è ,per me,il possibile massimo livello a cui tende la preghiera del credente quando al cospetto di Dio lo ringrazia del privilegio che ci ha donato; quello di ammirare la grandiosa bellezza del Creato.

sgubonius ha detto...

Quasi tutti i grandi artisti avevano un senso del sacro estremamente sviluppato. Non penso sia una coincidenza.

MARIO VESPASIANI ha detto...

Caro Andrea, questo tuo spunto su Van Gogh e i vari commenti che si susseguono, mi spingono a fare una riflessione più ampia, ma forse utile a chi come te aspira a grandi valori umani e spirituali.
A tutti coloro che hanno avuto modo di riflettere sulle parole del Vangelo di Domenica 28 Febbraio, non sarà sfuggito un messaggio determinate per la storia cristiana e per il pensiero occidentale, che può aiutarmi nel commento di questo post.
Si parlava del manifestarsi per la prima volta della Teofania, anzi più che di manifestazione di una vera e propria irruzione del divino nella storia dell'uomo.
Gesù che, salito sul monte Tabor a pregare (e qui dico pregare ossia ascoltare-contemplare-annullare il sé), cambia d'aspetto sia nel volto che nello scintillio della veste.
Ovviamente, coloro i quali dovevano assisterlo, dormivano (e lo faranno anche in seguito) ma quando si svegliarono pronunciarono una delle quelle frasi monumentali nella loro semplicità, che ancora oggi porta il nostro cuore riempirsi come una spugna, dissero: é bello per noi stare qui.
Quindi immaginiamo la scena nei vari passaggi: Gesù è solo su monte, Pietro, Giovanni e Giacomo dormono, il volto di Gesù si illumina e riflette la divinità, una nube circonda i tre, mentre dal suo interno rimbomba una voce, il silenzio (nei giorni successivi rispetto ciò che videro).
Ora guardiamo le opere di alcuni autori immensi, che hanno rivoluzionato la pittura moderna, come: Edvard Munch, Rembrandt, Mark Rothko, William Turner, Caspar David Friedrich e quindi Vincent Van Gogh e proviamo ad avvicinare alcuni dei loro capolavori a questo passo del Vangelo di cui sopra: noi abbiamo parlato di solitudine e di un volto che si illumina, della quiete e della nube, del monte e del silenzio: ma non ti sembra incredibile come tutti questi elementi siano presenti in ogni autore, nonostante le impressionanti e diverse evoluzioni apportate da ognuno di essi alla storia dell'arte??
Gli apostoli erano impauriti e meravigliati, eppure avrebbero voluto prolungare quel momento, ma essi avevano dinanzi un esodo da compiere, un passaggio da vivere e allora l'entusiasmo fece spazio al silenzio, essi non avevano ancora capito ma già si fidavano.
Ecco, io ritengo che la grande arte contemporanea (così come la vita, ma quella vera), debba ripartire da qui: agli insegnamenti di questi grandi maestri dobbiamo riuscire ad accostare il linguaggio del presente fondato nel nomadismo e nello spirito, nel colore e nella luce, nel segno sciamanico, nel dono e nel coraggio di chi non capisce ma si affida.
Purtroppo qui si è invece fermata la speculazione filosofica, perché il problema di certi filosofi è sempre intellettuale e mai reale.
L'artista ha invece il vantaggio di avere una capacità di penetrazione del reale più spiccata e istintiva, e come chi ha raggiunto una certa consapevolezza interiore, prendi i mistici o i santi, esso vede effettivamente con occhi liberi dai vari veli il mondo ed in questa condizione e pieno di compassione per la vita, come un ossesso continua a ripetersi: io tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto.
Lasciando perdere il mio ruolo di artista, ti accenno un'avventura personale che può calzare da esempio: se da piccolo fai esperienza di essere a tu per tu con un lupo, fissandolo negli occhi senza paura, ti succede che da lì in poi quello sguardo ti appartiene, con quello sguardo osservi il modo e di quella profondità sei sempre alla ricerca.

A presto Mario.

Andrea Fiamma ha detto...

Mario scrivi cose altissime e mi fa riflettere il tuo accostamento tra il passo del Vangelo e le rivoluzioni dell'arte. Concordo meno sulla presunta "superiorità" dell'artista sul filosofo, ma ne parliamo in altre occasioni. Quello che mi preme dire è che mi spiace non andare in Chiesa e perdermi dei passi così importanti, ma non riesco ad andare perchè trovo tutto troppo banale e costrittivo. trovo molta poca spiritualità. Se in Chiesa ci parlassero del Vangelo con la stessa fede con cui ne parli te, o ci parlassero della preghiera con la stessa profondità spirituale e umanità con cui ne parla Marco, sarei sempre lì. Marco stento a credere che tu non abbia fatto letture filosofiche e spirituali perchè scrivi queste cose altissime con una chiarezza disarmante e si sente davvero tanta passione. Noi filosofi, la Chiesa e, Mario, voi artisti in realtà dobbiamo semplicemente continuare a realizzare quell'esodo di cui parlavi e cercare di portarlo al centro della nostra e, nei limiti del possibile, altrui esistenza.

Marco Di Sciullo ha detto...

Caro Andrea, ti ringrazio per l'apprezzamento che mi riservi. I miei studi sono in tutto altro settore; economia, legge e ,per completare, sono un cultore, dell'analisi matematica. Non mi sono mai cimentato in letture filosofiche e di questo mi rammarico,Dovrò cominciare a colmare questa mia grave lacuna. A pensarci bene, però, ho gia iniziato e questo grazie al tuo bellissimo ed interessante blog. Tratti temi molto coinvolgenti e gli interventi di alcuni "viaggianti della cittadella" sono delle vere e proprie "lezioni" di filosofia. Grazie di tutto.