"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, luglio 10

Eppure io mi innamoro

Ospitiamo con piacere, in questo e nei prossimi numeri, alcune poesie del giovane Andrea Cati, pubblicate nel suo ultimo libro dal titolo Eppure io mi innamoro, Edizioni Akkuaria, Catania 2010, con prefazione di Davide Rondoni. Andrea Cati (Latiano, 1984) ha una penna di grande livello: è capace di comunicare al lettore, con una chiarezza e una profondità straordinarie, i moti più intimi del suo “starci”, i profumi della nuova terra e la nostalgia del vecchio vissuto. Questa raccolta di poesie è difatti essenzialmente autobiografica; Andrea sa narrare la lontananza dalla propria terra natìa in maniera non banale e “vuota”, come spesso accade. Le poesie che nascono da un sentimento biografico sono spesso degli effluvi soggettivi, certo interessanti ma al contempo superflui, effimeri; non le poesie di Andrea: esse sono nuvole cariche della potenza più alta del pensiero; è il temporale della ragione, in cui ogni goccia non è altro che una crisi profonda e un interrogare che attiene non solo a sé stessi ma all'uomo in quanto tale. Si nota tutta la formazione filosofica di un poeta che ha saputo intrecciare la filosofia con il proprio vissuto. Allora la nostalgia diviene un qualcosa di immensamente più alto che un mero vezzo del sentimento. In questo libro risuona davvero una “voce visionaria”, come la definisce Davide Rondoni. Su questa scia vi proponiamo la poesia – pasoliniana! – che apre il libro e la sezione “A sud”, in cui i lampi che illuminano il “paese a mezzogiorno” ci permettono non solo di “vedere” i luoghi, ma di sentirne gli odori e quel “dovere” della terra, che a volte vogliono farci credere esser perduto per sempre. Sullo sfondo emergono tutta una serie di tematiche sociali, umane e persino spirituali che lasciamo gustare alla lettura dei versi.



Accade


Le vicende di due uomini piantati ai muri
di ragazzi appesi a un bar:
il vento ci stacca e ci trasporta come polline
presso il ciglio di una strada
al centro del mondo, nel silenzio
di un campo arreso a quel dialetto, laggiù.

Riconoscerti dal profumo del sugo di mezzogiorno
nel grido che dalla volta a stella di una gola
si protrae fino a Francesco, a scomparire
sulle dita di un paese e farsi verso:
identità di un suono irripetibile.

Le vicende di un paese a mezzogiorno
la puntualità delle campane
che da secoli insegnano ai richiami:
cavalli slegati in aria, forza d'uomini
al galoppo di qualcosa, sollevati
da un dovere che brucia tra le case.

Quei due restituiscono la noia
ai ragazzi capovolti sopra i tavoli:
figli e fedeli al lamento dei padri
erosi come ulivi da quel vento
salato da un azzurro che non vedono.


2 commenti:

Tore Obinu ha detto...

E' veramente bella, genuina e profonda questa lirica di Andrea Cati.
Ci sono, tra tutti, almeno un paio di versi che metterei volentieri in una antologia della migliore poesia di questi anni. Per brevità ne trascrivo solo due:

"...nel silenzio / di un campo arreso a quel dialetto, laggiù."

"..scomparire / sulle dita di un paese e farsi verso: ".

Bellissimi.

Andrea Fiamma ha detto...

E' vero Tore, sono tra i versi più profondi. Bravo Andrea!