"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, luglio 6

Il mito di Er

Volevo dedicare questo breve articolo al famoso mito narrato da Platone nel libro X della Πολιτεία. Grazie a Platone, la tematica omerica del viaggio si intreccia all’approccio orfico-iniziatico e trova nuovo terreno nella nascente filosofia: l’ἐξστάσις corrisponde ora ad un cammino di liberazione dal legame corporeo dell’esser-situato in un tempo e in uno spazio, verso l’esperienza di una conoscenza ab-soluta da ogni legame, ossia universale e, appunto, divina. Nel contesto complessivo del libro, suscita particolare interesse «la storia di un uomo valoroso, Er figlio di Armenio», raccontata da Socrate a Glaucone in conclusione del libro X della Πολιτεία, nella quale si narra come dopo il decesso di Er, la sua anima abbandoni il corpo e intraprenda un cammino verso un «luogo inaudito»:
Un giorno questi [Er] morì in guerra; dopo dieci giorni vennero raccolti i cadaveri ormai decomposti, ma il suo corpo fu trovato intatto. Fu portato a casa, e quando, al dodicesimo giorno, stava per venire celebrato il funerale ed egli giaceva sulla pira, resuscitò; e, una volta tornato in vita, si mise a raccontare ciò che diceva di aver visto nell’aldilà. Disse dunque che, una volta uscita dal corpo, la sua anima si era messa in cammino insieme con molte altre e che esse erano giunte in un luogo inaudito, nel quale si trovano due fenditure della terra, contigue fra loro, fronteggiate da altre due poste in alto nel cielo. Nello spazio intermedio tra di esse sedevano giudici […]. Quando si fu avvicinato a sua volta, gli [a Er] dissero che avrebbe dovuto farsi messaggero presso gli uomini delle cose dell’aldilà, e che lo esortavano ad ascoltare e osservare tutto ciò che accadeva in quel luogo.
L’anima di Er, una volta abbandonato il corpo, sembra volare, come la biga nel Fedro5, verso una dimensione meta-terrena. Sulla chiara scia dell’orfismo e del pitagorismo - per i quali l’ἐξστάσις è sempre liberazione dell’anima dalle catene mortali, dal soma-sema - Platone propone il nesso tra l’ἐξστάσις e la visione della Verità, svolto attraverso la narrazione di un viaggio: come Orfeo disceso agli inferi, Er ha avuto in sorte la possibilità di uscire dal mondo (ἐξστάσις), ascoltare e vedere ( θεός ) il meta-mondano, conservarne la memoria, e poter poi tornare (νόστος) e raccontare, «farsi messaggero presso gli uomini». Ma cosa ha visto Er? Qual è il destino dell’anima umana una volta abbandonata questa condizione terrena? Platone può così esporre la struttura mitico-cosmologica del mondo, affine alla trattazione del Timeo, sulla quale innestare la questione del cammino delle anime, della Giustizia e della Felicità.


7 commenti:

sgubonius ha detto...

Ti porrò una domanda in risposta che vuole solo essere uno spunto di approfondimento...

Come mai nella versione Omerica del viaggio nell'aldilà (Ulisse nel XI libro dell'Odissea) non si parla quasi mai di giustizia, redenzione delle anime, felicità, ma solo di disperazione e sofferenza (basti leggere cosa dice Achille)?

Riformulando, questo influsso pitagorico, o forse ancor più orfico, che scorre in Platone e che rifluirà nel neoplatonismo e nel cristianesimo, quanto ha cambiato lo spirito "greco"?

Andrea Fiamma ha detto...

Bella domanda. Allora, direi anzitutto che di redenzione non è possibile che si parli perchè è un concetto essenzuialmente ebraico; di Giustizia e Felicità in un qualche modo se ne parla e proprio come contraltare della disperazione di Achille. C'è da dire poi che l'Ade omerico dell'Odissea è tutto particolare: mai fino ad allora qualcuno pronunciò parole simili al famoso lamento di Achille (cito a memoria: non lodarmi la morte, splendido Odisseo. Vorrei essere un bifolco senza ricchezza, servire un padrone, piuttosto che dominare su tutte l'ombre consunte). Nell'Ade omerico il valore massimo è la vita e la felicità in vita, che passa attraverso la ricostruzione di un oikos e attraverso il compimento del ruolo di padre e capo della famiglia. L'Odissea difatti è già oltre il mondo greco antico - poi se vuoi entriamo dentro questo tema - e da essa si svilupperà tutta la tradizione politica della Atene democratica (e imperialista) del IV sec. a.C.

Il pitagorismo nasce invece in tutt'altre circostanze e, in qualche modo, incontra Omero solo con Platone, nel mito di Er, come accennavo ad inizio articolo. Quindi devo dire di non esser d'0accordo con te sulla "disperazione" e soprattutto sulla "riformulazione". Cosa ne dici? Mi piacerebbe approfondire il discorso.

:)

sgubonius ha detto...

Quello che mi interessava più di tutto era viaggiare parallelamente alla questione che Nietzsche introduce nella Nascita della Tragedia. Ovvero la Tragedia (che ha quei caratteri di disperazione, sofferenza tantalica senza uscita), come essenza dello spirito greco, che da Socrate (che poi è Platone) in poi va svanendo. Non direi quindi tanto che il valore massimo è la felicità in vita (questo sarebbe un edonismo decadentista che ha più del contromovimento immoralistico, col greco non ha molto a che fare), piuttosto esiste(va) una valore della sofferenza anche irredenta (in qualche modo come un negativo senza sintesi dialettica, della dialettica che accomuna Socrate, Platone ed Hegel e contro cui Nietzsche si scaglia).

Lasciando da parte le implicazioni socio-politiche ateniesi, mi interessava rimanere proprio sui rapporti che l'oriente ha avuto sulla Grecia, proprio partendo da Platone come interessante crogiolo dei due mondi. Platone non è già più totalmente uomo della poleis, tanto che la sua politeia prevederebbe una monarchia, escluderebbe la catarsi tragica dall'educazione, dissolverebbe molti dei legami di "genos" in nome di una suddivisione funzionale, insomma di omerico (e greco in generale) rimane poco o niente. Il problema quindi sarebbe valutare il rapporto complesso fra la filosofia orientale (orfismo su tutti) e il sistema di potere autoritario che si andrà estendendo anche alla Grecia a breve (con Alessandro Magno e l'ellenismo soprattutto, che sembrano aver operato proprio una sintesi dialettica).

Cercando di limitare la questione, che altrimenti è immensa: l'idea specifica di un'aldilà che ha il carattere della giustizia, della distribuzione delle anime, quanto è importante per l'ordine statale imperialista (e alle spalle quanto è fondamentale la "morale", tornando all'impostazione nietzschiana, per tutte le sintesi dialettiche)?

Andrea Fiamma ha detto...

Tantissimo, indubbiamente, se quell'aldilà esiste; ma non è detto che quell'aldilà ci sia realmente. Per intenderci, uso lo stesso approccio heideggeriano secondo il quale gli dèi esistevano realmente nella misura in cui gli uomini si comportavano come se essi esistessero e così anche per l'aldilà: esso esiste realmente (anche oggi?) nella misura in cui il greco lo teneva in conto. Tornando al tema, dicevo, a mio avviso non dobbiamo porci la domanda sull'importanza ma, risalendo ancora, bisogna capire se effettivamente un aldilà è decisivo o meno. Ovvero se l'ordine statale imperialista possa o meno prescindere dalla componente etico-religiosa della Giustizia futura o futuribile.

E' un tema di grande interesse, sul quale, a dire il vero, non sono preparatissimo. Se rimaniamo nel contesto di Alessandro, ad esempio, notiamo come il mito si consumi - e, scusa, torno a battere su quel dente - tutto in vita. Alessandro è una solta di Cristo ante-litteram: lui vuole realizzare in questo tempo e in questo luogo proprio il Regno, con la R maiuscola. Utilizzo terminologia ebraica, certamente fuori tiro, ma voglio arrichiarla anche per aprire prospettive nuove. Dicevo, dunque, Alessandro fa certamente "uso" della Giustizia nell'ottica della conquista e della realizzazione finalmente ultimata del regno macedone, di una struttura piramidale, alla cui sommità insisteva il Re (o tiranno), la cui potenza era davvero somma. Quel re non aveva leggi nè doveva obbedire ad alcun ordine perchè l'ordine era stabilito da Egli stesso: Lui era la Giustizia. Ed era la Giustizia realizzata in questa vita e in questo Regno. Lui era Dio. E non è un caso - a mio avviso - se Alessandro in Egitto e poi ad Oriente assunse subito le vesti divine, come si confacevano ad un Re. Non era un caso se durante il cammino fondò le città che di volta in volta si chiamavano "alessandria" - "fondare" una città è, per un greco, un assurdo perchè una città si forma da sè per decisione dei cittadini, ma non si fonda (crea) ex nihilo. In tanta iconografia medievale, no na caso, a Alessandro è rappresentato come Dio stesso. Ora, per tornare al tema, Alessandro è l'esempio (imperialista e dittatoriale) di come un aldilà possa essere anche assente purchè, in qualche modo, sopravviva quell'ordine sacrale della Giustizia, che per un verso può essere fondamento di una città democratica e, sommamente giusta e per un altro verso, diabolicamente deviata, può essere, al contrario, il fondamento della tirannide.

sgubonius ha detto...

Ovviamente parto dall'analisi di un aldilà per il suo valore "tenuto-per-vero" (usando sempre Heidegger, che prende la formula da Nietzsche).
La differenza, mi pare che Hegel l'abbia capita molto bene nella sua sintesi che passa dallo Stato-Etico-Spirituale, sta nel fatto che solo l'escatologia di un premio oltre la vita può giustificare il sacrificio della libertà nella vita terrena (e quindi assicurare la posizione al Re che ha sempre un carattere divino in questo caso). Alessandro è un esempio fantastico proprio per come ha miscelato la cultura greca e l'escatologia orientale, per cui come dice Deleuze tutti gli occhi sono puntati sul Sovrano che è il codice (la giustizia è un codice, di norme) trascendentale che sur-codifica tutti i flussi.

L'aldilà greco, l'Ade, non permette nessuno di questi meccanismi, piuttosto garantisce la catarsi tragica e una civiltà profondamente fondata su questo genere di rituali (in cui non c'è alcun sovrano che accentra su di sé tutto il linguaggio e il senso).

Questo per abbozzare una questione che mi era venuta in mente rileggendo qui il mito di Er, e che forse marca il punto di passaggio fondamentale che è stato Platone nella storia umana.

Andrea Fiamma ha detto...

Beh condivido tutto, soprattutto l'analisi di Deleuse su Alessandro...
:)

sgubonius ha detto...

Deleuze fa il discorso molto in generale sui sovrani di tutte le epoche (certo Alessandro è un esempio cristallino).

Fra l'altro, volendo proseguire, Deleuze (sempre in Millepiani) indica anche qual'è l'erede e il potenziamento di questo sistema: il capitalismo. Qui la surcodificazione è immanente, è il denaro come flusso uniformato e mobilissimo e soprattutto realmente immortale, cosa che i despoti ahiloro non sono. Azzarderei a dire che forse questo è l'unico Spirito Assoluto possibile, quanto meno è l'assoluto (basta vedere l'indipendenza dell'andamento dei mercati finanziari per capire che è realmente un ab-solutus) con cui ci siamo ritrovati a furia di sintesi dialettiche. Richiamo sempre il ruolo che mi pare avere avuto "l'etica protestante" (usando sempre il termine di Weber sottointendendo la sua analisi) per investire il denaro del manto religioso/trascendente che fa le veci dei giudici di Er. Ormai è chiaro si può andare avanti anche nel pieno ateismo apparente, senza l'effetto diretto delle dottrine della grazia e della predestinazione, semplicemente con il sistema morale del capitale che impone i valori del "successo". Si potrebbe leggere già quello che Nietzsche dice dello Stato nello Zarathustra nel capitolo "del nuovo idolo":

"Tutti vogliono giungere al trono: questa è la loro follia; come se la felicità fosse sul trono! Spesso sul trono c'è invece la melma; spesso anche il trono è nella melma"

Chissà che non stia qua una grossa differenza fra la nostra democrazia e quella greca, fra il nostro principio liberista di equilibrio competitivo e il loro ἀγών, che aveva certo a che fare col religioso, ma come aveva a che fare col tragico, quindi senza alcuna "sintesi" dialettica, senza alcuna distribuzione meritocratica, forse più alla Eraclito. Mi pare che in Platone invece ci sia continuamente questo problema di chi ha diritto a cosa, ed è (in Grecia) lui per primo che pensa la lotta come un "pretendere ad un trono" (che è il trono dell'idea, del trascendente). Certo da qui a tutto il resto ci sono un mucchio di passaggi non sempre rigorosi, però penso che un'eredità di questo ce la portiamo dietro (o dentro)!