"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, febbraio 1

Quando torneremo a costruire le nostre cattedrali?

La nostra opinione di vivere nell'epoca del progresso morale - scriveva J.Burckhard - è stremamente ridicola se confrontata con i tempi avventurosi, in cui la libera forza della volontà ideale si alzava al cielo con cento cattedrali turrite. Probabilmente il tema vero di questa epoca è intendere quali siano le varie forme delle nostre multiforme volontà e capire se e in che misura esse possano dar vita ad un qualcosa di sano, di concreto, di vitale. Sì, di vitale. Nei tempi attuali tutto sembra essere ceduto allo sbando e alla navigazione a vista: nessuna volontà ideale ci guida, nessuna luce rischiara più il nostro cammino, alcuna attesa vale più una goccia di speranza. L'oggi è allora im-mobile, è a-fasia. Questo sarebbe il regno della libertà progressista? Questo sarebbe il valore assoluto del relativismo (la contraddizione è voluta) che tante menti illuminate hanno esaltato nei secoli? Questo è l'uomo nuovo del domani? Egoità e volontà di potenza, sfruttamento e mercantilismo, prostituzione e potere: è valsa la pena abbattere quelle cento cattedrali turrite? Non è allora giunto il momento di recuperare la santità della vita? Non è forse l'ora di ammettere la nostra sconfitta e tornare ad abbracciare quei valori eterni che l'uomo dell'età di mezzo sapeva indicare e che hanno dato vita a tanto splendore artistico, filosofico, letterario e soprattutto alla nostra civiltà europea - la stessa che noi, ingrati, abbiamo trasformato in un giocattolo economico? Quando torneremo a costruire le nostre cattedrali?


1 commento:

sgubonius ha detto...

Di cattedrali ne costruiamo ancora, sono solo cambiate le divinità! A Dubai c'è una favolosa turrita di un chilometro di altezza a lode e gloria del centro commerciale e albergo di lusso che ospita! Insomma la nostalgia del far torri potrebbe essere sempre un'arma a doppio taglio e certo il problema è meno banale di quanto sembri. Non direi comunque che l'idealismo è morto, anzi, è forse presente più che mai (intendo idealismo in senso filosofico) nella ricodificazione totale in un unico linguaggio della tecnica a-differenziante. Piuttosto che a-fatico il presente è in questo senso fin troppo rumoroso, ci si capisce troppo, e così anche nei suoi simboli manca lo spazio di libertà per la circolazione di un significato mai assegnato, e quindi si fatica a trovarci qualcosa che trascenda veramente il sfoggio megalomane di perizia tecnica.

Esempiotto giusto per andare a parare da qualche parte: gli interni delle chiese gotiche sono spazi, casse armoniche, per far risuonare il silenzio (attraverso l'eco della parola solenne). Anche quelle sono macchine di perizia tecnica, però sono macchine che si trascendono al servizio di qualcosa che per definizione "non è". Le torri babeliche, oggi come sempre, non fanno altro che riempire invece lo spazio vuoto per eccellenza, il cielo, reiterando l'ossessione per l'unico simbolo veramente universale: il buon vecchio fallo!