"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

giovedì, agosto 9

Politica e "polemica"

Fondazione delle mura di Troia (XV sec.)
Un adagio diffuso e oramai consolidato vuole che il termine politica abbia origine da πόλις e che rimandi all'ambito della città-stato greca; si ritiene che essa abbia rappresentato il primo locus terrestre in cui un “aggregato” di famiglie patronali, che risiedevano in territori attigui, si sia rappresentato come una comunità auto-noma, ovvero regolata da nomoi condivisi e non eterodiretta da un re o da un tiranno. A questa convinzione, invero tutta da dimostrare, proverei ad affiancare una seconda assonanza del termine πόλις, che nella sua radice richiama anche il termine greco πόλεμος; alcuni interpreti ritengono, in effetti, non si dia politica senza πόλεμος, cioè, appunto, senza un momento di scontro e frizione. La considerazione non ci sorprende. Buona parte della tradizione del realismo politico - nel quale potremmo inscrivere anche Platone con le sue Leggi e, se adeguatamente letta, anche con la sua Repubblica - attribuisce alla vita della comunità un essenziale carattere polemico: lungi dunque dal rappresentare un evento straordinario fuori dalla preveggenza degli Efori, il πόλεμος è vita della città.

Il termine “politica” che il mondo occidentale eredita dalla concezione greca non rimanda ad un formalismo democratico, da leggere come l'origine pacificata delle città a noi contemporanee; al contrario, esso fa problema proprio perché porta con sé sia una determinata concezione della vita comune e sia una costellazione semantica che vi ruota attorno e che l'uomo moderno fatica ad assimilare. Si apre qui il primo bivio, nel quale il greco prende la strada opposta a buona parte della concezione moderna di città: mai dunque città-stato come ciò che sta - “sta”, appunto, come sospeso e immobile – ma sempre δύναμις poiché la città greca sarebbe continuo scontro-incontro delle diverse famiglie o delle stirpi, da uomini apparentati da legami di sangue. Una certa storiografia ottocentesca, che qui rifiutiamo, legge questo elemento polemico come prodotto dei tempi: le città greche sarebbero ancora prossime al mondo tribale dell'VIII secolo, che, inevitabilmente, continua a influenzarle; man mano questo elemento sarebbe stato assorbito dallo spirito dei tempi e la motilità delle molte città sarebbe destinata a trasformarsi presto nell'unità in-differenziata dello Stato centralizzato borghese. Al contrario, il filosofo realista concepisce il πόλεμος come costitutivo alla città. La città è teatro della vita, delle sue tragedie ed scontro tra potenze, continuo opporsi dei Due. Ma cosa si scontra? Le forze che nella città si battono sono le spinte individualistiche e gli interessi privati che ogni γένος porta con sé; pulsioni egoiche che la città è chiamata ad armonizzare mediante un foedus o un pactum.

Il realismo politico da Platone a Macchiavelli ed Hobbes fino a Schmitt sa benissimo che la pace è sempre provvisoria; essa è accordo finito e terminato, hic et nunc, tra le potenze (dynamis, virtus, Kraft) che vengono a cozzare tra loro. La pace è lo stra-ordinario, sia dentro che fuori la città. Di qui tutta l'importanza del sistema valoriale antico: l'uomo nobile (σπουδαῖος secondo Aristotele) è colui che sa mantenere il patto perché deve farlo, non per un continuo calcolo dell'utile immediato - ed è in questo che Hobbes fraintende Aristotele! Se egli difatti non lo mantenesse, tutto sarebbe vòlto all'anarchia della guerra. Le mura di Troia sono sempre all'orizzonte! Ma la città greca nasce – come la pianta dal seme, non è mai scesa dall'alto – proprio per offrire una misura (μέτρων) che permetta a queste potenze di sedersi al tavolo e stringersi la mano. Da questo punto di vista è chiaro che la πόλις de-termina un confine tra il dentro e il fuori le mura. Se il fuori, difatti, non è affare della città, il dentro è ciò che va normato, coordinato, federalizzato, perché la guerra interna non permette ai “buoni” di prendere il governo della città (Platone, Repubblica). Non vi è sviluppo senza un foedus interno: né armenti, né campi da coltivare, né navi da armare e rotte da intraprendere. Non è un caso se i greci usassero due termini distinti per denotare lo scontro fuori le mura da quello interno - diremmo noi, civile: πόλεμος, appunto, e poi στάσις, che indica nello specifico l'irreparabile disfacimento della città. La στάσις è il pericolo più grande perché è quella particolare guerra civile che annulla ogni tentativo di pace. La στάσις è il volto demoniaco e negativo del πόλεμος: essa non è originaria, ma sorge solo allorquando viene innalzato il muro della città; essa è figlia del cattivo matrimonio tra πόλις e πόλεμος. I due termini non sono quindi sullo stesso piano – possiamo davvero dire con Eraclito che propriamente solo «πόλεμος è il padre di tutte le cose»!


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