"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, settembre 2

La costituzione di Sparta e i totalitarismi del novecento

Se la città è da intendere come «continuo scontro-incontro delle diverse famiglie o delle stirpi, da uomini apparentati da legami di sangue» (cfr. l'intervento precedente Politica e Polemica), allora il nodo da sciogliere diviene presto la forma della costituzione. Entro tale contesto, difatti, la costituzione rappresenta il tentativo di dare ordine al πόλεμος dentro le mura e far sì che esso non divenga mai στάσις. Ossia: che il πόλεμος non scivoli verso la στάσις! Mediazione e coordinazione. Non a caso questa è la preoccupazione più forte di Platone e di Licurgo, colui che per primo provò a tessere un'ipotesi di accordo nella tumultuosa Sparta. Entrambi, infatti, si resero conto della necessità di intercettare le pulsioni egoiche delle tribù entro un λόγος comune che coordini l'idra mostruosa delle passioni umani; entrambi, tuttavia, percorsero la strada più radicale e becera poiché intendevano imporre alla città un ordine che estinguesse ogni potenziale στάσις rendendo la città il luogo dell'επιστήμη - επι, cioè instaurando un ordine che “sta sopra” all'umano e che è dunque divino.

La forza fondativa è la violenza del divino. Soluzione tanto pratica quanto radicale: che nessuno più si muova "per sè", tutto va organizzato nel collettivo. Tutto va tenuto insieme in una gerarchia che detti punto per punto i compiti e gli spazi di ognuno. Per l'"io" non vi sarà più posto: lo spazio della politica dovrà essere quello della certezza. La città - dice Platone - dovrà somigliare sempre più alla famiglia, nucleo unico dove vige un rigido sistema di compiti preciupi; e la famiglia, a sua volta, dovrà somigliare sempre di più all'uomo, in cui ogni organo è preposto ad una funzione. Non vi sarà più spazio per quel mostro che è l'egoismo umano: solo la città divina potrà organizzare una vita felice. Entrambi cedettero così al fascino di una città senza πόλεμος : uccisero πόλεμος per paura che non diventasse στάσις. Ma così uccisero anche le loro città. Non è allora un caso se loro avventure politiche falliscano proprio perché dimentichino la necessaria dimensione polemica della città; πόλεμος che, difatti, tornerà prepotente (potenza prima!) a riprendersi il suo posto e segnerà le loro cadute: l'una, Sparta, corrosa dall'imperialismo economico della viva Atene democratica (dove il πόλεμος si esprimeva nel teatro, all'interno, e poi nel commercio navale e negli scambi all'esterno); l'altra, la Καλλίπολις platonica, apparsa forse per qualche istante nella Siracusa di Dioniso I, svanì nei deliri della tirannia.

Omo-logazione della massa in classi e tendenza gerarchica vanno pensate sempre insieme; ma forse non è questo il pozzo dove i loro progetti politici sprofondano, quanto piuttosto è la natura stessa del progetto: Platone e Licurgo attingono la costituzione da un piano sovra-politico. Paradosso: per stabilizzare la politica - ci ripete Platone - non puoi che far riferimento ad un fondamento che è oltre la politica stessa. Plutarco racconta che le leggi di Sparta non provengano dalla mente umana di Licurgo, ma che gli fossero state dettate dall'oracolo delfico; Platone nella Repubblica la tratteggia dal punto di vista del sole che splende all'uscita della caverna. Per avere a che fare con una città da disegnare con la perfezione geometrica dell'acquedotto e delle condutture di Atlantide, per vivere in una città che, cioè, sia oggetto di una conoscenza stabile, di una επιστήμη, poiché tutto è pacificato, allora devi eliminare ogni forma di dissidio; devi, in altri termini, far sì che la città, come l'anima, benché trainata da cavalli irrequieti, giunga a perfetta quiete (ἡσυχία) – ovvero che il suo movimento tenda sempre più al moto-immobile dell'ultima sfera dei cieli; devi far sì che la città esprima la medesima stabilità del divino che tutto permea; ma attento: devi rendere la città come luogo dell'ordine divino, che non è il medesimo degli dèi - incalzano i filo-Spartiani, piuttosto colmo di passioni egoiche e di uomini troppo umani. Quante fandonie racconta la teo-logia di Eschilo! I poeti che cantano di ire divine e di furie devastatrici, che diffamano gli dèi mettendo in scena peccaminose relazioni e persino incesti, adulteri e impietose uccisioni: costoro corrompono il progetto della Καλλίπολις. Dinanzi a tale infamia, il programma platonico è chiaro. Platone vuole far fuori questi poeti che con Eros minano la città. Bandire la tera-logia di Omero e far spazio, finalmente, ad una vera teo-logia, il cui λόγος sia metro e aspirazione della πολις. Una città senza πόλεμος è una città senza teatro, senza vita, senza commerci.

Nella città perfetta di Platone e nella Sparta militare tutto è programmato entro la logica di un ἦθος comune. Programmazione e controllo, ai limiti della paranoia, affinché nulla di individuale e personale emerga dal corpus unico dello Stato: così gli spartiati si spendevano quotidianamente nel controllo degli Iloti; ugualmente i guerrieri platonici dovevano trascorrere il loro tempo nel controllo delle sincronie e dell'efficienza: che ognuno svolga il compito che gli è stato assegnato! Ancora: assenza di individualismo e coordinazione di un corpo unico non sono forse gli elementi innovativi e vincenti del sistema militare oplitico - poi non a caso trasmigrato in altri contesti verticistici come la Macedonia di Alessandro? Sorprendono poco gli squadrismi dell'orrendo “teatro” del novecento, i progetti di Imperi che siano unità im-personali, così “persiani” - aggredirebbe Aristotele - quanto hitleriani/stalinisti. La fondazione sacrale della città e la sua sottomissione ad un codice “divino” portano i germi della tirannide di Siracusa – ed è un pericolo che si insinua in ogni teologia politica, sionista o mussulmana, giacobina o cristiana; questa è la rischiosa prospettiva che si palesa dinanzi agli adoratori della Sacra Costituzione, poiché essi accolgono, senza coscienza, il progetto politico e ideologico di un ἦθος senza vita.


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