"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

martedì, settembre 11

Una confutazione dell'ateismo (di Filippo Benedetti)

Lascio la parola al sedicenne Filippo Benedetti, triestino e aspirante studente di filosofia, che giorni fa ha mi inviato questa sua riflessione. Il tema, spinoso di per sè, è stato svolto con un taglio saggistico e spesso risuonano argomentazioni tipiche di consolidate tradizioni filosofiche non citate - ma che ovviamente non sono richieste ad un giovane della sua età. Apprezzando così l'intento e il coraggio filosofico, che poi è il vero motore della ricerca, ho deciso di offrirgli ampio spazio sulla Cittadella e promuovere eventuali discussioni (il che, nella ricorrenza dell'11/9/2001, assume di certo un rilievo del tutto particolare).

L'ateismo, nel nostro mondo moderno, ormai è ben presente, soprattutto negli stati occidentali; secondo un'inchiesta di Adherents.com, i facenti parte della categoria Nonreligious (quindi non solo atei, ma anche agnostici, umanisti, panteisti, deisti, secolari, ecc) sono il 16% di tutta la popolazione mondiale, ossia 1,1 miliardi di persone. Tuttavia, «le sole stime per l'ateismo (come prima preferenza religiosa) vanno dai 200 ai 240 milioni [di persone]», provenienti soprattutto dai paesi che hanno avuto esperienze comuniste, come Cina ed ex URSS. Senza soffermarsi troppo sull'Europa, l'Italia, in una classifica, sempre di Adherents.com, dei 20 paesi del mondo col maggior numero di atei/agnostici, è al 12° posto: il 6% della popolazione (circa 3 milioni e mezzo di persone) si definisce ateo, mentre il 15% (8,7 milioni di persone) agnostico. Tutte queste statistiche servono a dare, per il momento, uno sguardo generale a quello che l'ateismo, o comunque l'agnosticismo in generale, rappresenta per certe persone; infatti, non tutti considerano questo fenomeno  nel suo insieme, confrontandosi con esso, valutando o magari confutando le sue argomentazioni filosofico - storiche; rimane piuttosto, appunto, una statistica, un numero di persone non sempre ben accertato. La filosofia, però, è fatta di argomentazioni, di obiezioni, di approvazioni, perciò il mio intento, per quanto già realizzato da miriadi di filosofi e teologi, sarà proprio smentire alcuni ragionamenti a favore dell'ateismo. Tuttavia, prima di iniziare questo lavoro, devo premettere due cose. La prima riguarda le mia fonti: esse, infatti, provengono soprattutto da Wikipedia. La seconda premessa ha a che fare col termine "Dio": con esso non intendo Deus, il Dio cristiano, bensì un Deum, un'entità divina generica, per così dire; tuttavia, venendo dall'esperienza cattolica, non mancheranno espliciti riferimenti alla Bibbia o ai caratteri del Dio cristiano; tutto questo, però, servirà solo per semplificare certi argomenti, visto che gran parte delle critiche mosse dagli atei sono rivolte ai cristiani.

Nella pagina "Ateismo" di Wikipedia, il 3° capitolo è dedicato agli Argomenti per l'inesistenza di Dio; il primo paragrafo di questo capitolo, intitolato "L'assenza di evidenze", è tuttavia l'ultimo su cui voglio discutere, alla luce di tutto quello che emergerà attraverso l'analisi delle altre sezioni. Partiamo pertanto dall' "Utilizzo ateologico del Rasoio di Occam". Secondo il noto filosofo inglese, per spiegare un fenomeno non bisogna formulare più teorie di quelle che sono assolutamente necessarie; in soldoni, con le stesse parole del filosofo inglese, «a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire». Per gli atei, attraverso questo ragionamento «Dio viene escluso, in quanto la sua inesistenza non pregiudica affatto il funzionamento dell'universo» . La conclusione è che il mondo è autosufficiente. La confutazione a questa argomentazione è estremamente semplice: innanzitutto, si cerca soltanto di fare un giochetto speculativo e teoretico attraverso l'uso della retorica: la stessa cosa la facevano i sofisti, per i quali, infatti, la retorica, se ben utilizzata, poteva perfino dimostrare cose false (cosa che porta poi a conclusioni su cui non mi soffermo qui, perché non voglio parlare dei sofisti). Il problema di fondo, però, è sempre questo: qual è la causa efficiente del mondo, il motore del nostro universo, che, per evidenti ragioni scientifiche, non può essersi creato da solo e dal nulla? Così come dietro ad una statua c'è uno scultore che l'ha fatta, allo stesso modo il mondo non può che essere stato formato da qualcuno, cioè Dio. Ammetto che l'utilizzo di Aristotele e di San Tommaso è un po' un rifugio teologico, comunque le mie riflessioni non si limitano a loro - infatti, col seguente paragrafo, in cui si parla di non credenza, ho modo di esporre le mie idee sull'entità metafisica di Dio. Dice il testo: «Molte persone non credono. Non può esistere una divinità che possa e voglia essere creduta (e possibilmente adorata) da tutti, e contemporaneamente non sia in grado di dare la fede a tutti». Vorrei proporre principalmente questo argomento: se Dio è perfetto, come possiamo noi uomini, imperfetti, avere la presunzione di capire sempre la sua volontà? Oppure: come possiamo noi uomini fisici e limitati comprendere l'entità metafisica, e quindi trascendente il fisico, di Dio? Badate bene che questo non è uno scetticismo assoluto: infatti non ho detto che non possiamo assolutamente capire la volontà divina, bensì non sempre siamo in grado di farlo.

Altrimenti, facendo riferimento alla Chiesa Cattolica, da cosa sarebbe mossa la vocazione ad un certo tipo di vita piuttosto che un altro, se non dalla volontà di Dio, che attraverso dei segni ci indica la sua volontà? Pertanto, noi riusciamo a capire che Dio c'è, ma non riusciamo a coglierlo nella sua interezza. La stessa argomentazione è poi applicabile ai seguenti paragrafi. Ad esempio, nella sezione "Nessun motivo", ci si rifà ad un libro del fumettista americano Scott Adams, intitolato God's Debris (lett. "I frammenti di Dio"), in cui egli sostiene che un'entità divina «non avrebbe alcun motivo di agire, in particolar modo creando l'universo: Dio non proverebbe infatti alcun desiderio, poiché il concetto stesso di desiderio è specificamente umano». La risposta è sempre la stessa, e cioè l'uomo ha la presunzione di voler a tutti i costi capire con la razionalità una realtà metafisica, che pure esiste, e ciò è constatabile attraverso la vita di tutti i giorni, che, trascendendo il fisico, ma anche inglobandolo, non può essere interpretata appieno. Il discorso è praticamente lo stesso a proposito dell' "Incoerenza degli attributi divini", paragrafo dedicato ai cosiddetti paradossi divini. «Perché Dio non impedisce che si compia il male? Se non lo fa perché non può, vuol dire che non è onnipotente. Se non lo fa perché non vuole, vuol dire che non è sommamente buono. Se non lo fa perché non sa come farlo, vuol dire che non è onnisciente; se Dio è onnisciente, sa in anticipo come interverrà in futuro usando la sua onnipotenza: non può dunque mutare parere, e dunque non è onnipotente». Qui, di nuovo, attraverso la limitatezza del linguaggio, e anche dell'intelletto, incapace di risolvere i paradossi con la sola razionalità, Dio è reso imperfetto dai suoi attributi, e quindi non è più Dio: questo, però, secondo una visione super - razionale e positivista; ma, come già detto, il fisico (inteso come fisicità, dunque non infinito) non è l'unica realtà che permea l'universo ed il nostro essere, e dunque non può essere il metro di giudizio per comprendere Dio. Senza dilungarmi troppo, e anche per non essere troppo ripetitivo, mi limito a dire che le stesse argomentazioni sono applicabili al paragrafo "La complessità di Dio".

Una riflessione a parte merita invece "La pluralità delle religioni e degli dèi". In questo paragrafo si fa notare come la vera religione, ispirata dal vero Dio, dovrebbe già essere universale e praticata da tutte le persone; la conclusione è che «l'esistenza di tante religioni e tante diverse divinità è quindi la dimostrazione che nessuna di esse ha mai portato prove irrefutabili» . Tutto ciò potrebbe essere vero e condivisibile, se non si tenesse conto del libero arbitrio. Checché ne dicano Calvino e Lutero, la libertà del singolo di decidere se seguire Dio oppure no è una scelta inevitabile, che tutti indistintamente facciamo, e che qualcuno può avvertire come importante per la propria vita, mentre per altri non ha nessun peso. Alla luce di tutto questo, è ovvio che ciascuno è libero di aderire alla religione che, secondo lui, detiene la vera verità. Anche il paragrafo "Feuerbach e l'antropomorfismo teologico" ha bisogno, a mio avviso, di essere analizzato in maniera più profonda. In esso si riprende una riflessione del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach nel suo libro L'essenza del cristianesimo, in cui si afferma che tutti gli attributi di Dio (amore, bontà, ecc.) sono solo antropomorfismi, e quindi Dio stesso è un antropomorfismo, una proiezione umana. Io non sono del tutto d'accordo, in quanto le qualità divine non si limitano a dei caratteri che abbiamo noi uomini, ma anche a peculiarità che noi non potremmo mai avere: ecco, quindi, che Dio è pure onnipotente, eterno, onnisciente, ecc. Inoltre, utilizzando la Bibbia, io ribalterei l'antropomorfismo di Dio e lo trasformerei in teomorfismo dell'uomo: nel Libro del Genesi, capitolo 1, versetto 27 sta infatti scritto che «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» . Essendo quindi creato a immagine di Dio, è ovvio che l'uomo, nell'inventare Dio (riprendendo anche una riflessione che aveva fatto il teologo Vito Mancuso), gli dà delle caratteristiche anche tipicamente antropomorfe, ma non solo. Concludendo e mantenendo la promessa iniziale, vado ad analizzare il paragrafo "L'assenza di evidenze". Esso è segnato da un forte accento razionalista, e più scientifico che filosofico. Partendo dal presupposto che non ci sono prove scientifiche dell'esistenza di Dio, ma comunque moltissime persone ci credono, «allora si può teoricamente credere a qualunque cosa, anche a una teiera di porcellana orbitante tra la Terra e Marte». Premettendo che il mio intento non è di dimostrare l'esistenza di Dio, bensì di confutare gli argomenti a favore della sua inesistenza, l'unica cosa che devo dire è che, mentre una teiera o degli extraterrestri con una lunga proboscide a forma di trombetta (altra figura usata in questo paragrafo per sottolineare l'assurdità dell'esistenza di qualcosa su di cui non abbiamo prove scientifiche) sono delle cose fatte di materia, fisiche, come noi, Dio rimane sempre l'entità metafisica di cui ho parlato prima. Ecco perché il paragone, talvolta proposto dagli atei ai credenti non può sussistere, e quindi non può provare l'inesistenza di Dio.


3 commenti:

Vincenzo Qoelet ha detto...

Come approccio che fa comprendere e salvaguarda l'assoluta singolarità del discorso sull'"oggetto" Dio vedo bene quello anselmiano, esposto nel Monologion. In generale tutta la tradizione medievale si mantiene ben lontana dall'errore di fare di Dio il caso particolare di un'ontologia generale. Matrice di tutti i mali del discorso filosofico su Dio.

Michele ha detto...

Certo l’ospitante Fiamma ben lo sa: più che di “confutazioni” si tratta di “considerazioni”, rispetto sia all’oggetto sia al metodo. Eppure il giovanissimo Filippo, con le sue risposte dirette e con le sue ammissioni (“ammetto che l'utilizzo di Aristotele e di San Tommaso è un po' un rifugio teologico”), esprime il desiderio di confrontarsi e il bisogno di farlo proprio con chi la pensa diversamente: come non considerare filosofico un simile atteggiamento? Filippo riconosce “la limitatezza del linguaggio, e anche dell'intelletto”. Questa è una consapevolezza fondamentale. Da tenere viva soprattutto quando si parla di “realtà metafisica”. Saluto con viva simpatia l’ospitale padrone di casa e l’ospite appassionato.

Gianni di Gregorio ha detto...
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