"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, gennaio 19

Sappiamo riflettere sui fenomeni?

Mi capita spesso di trovare spunti di riflessione riguardo temi fortemente ontologici in discussioni più o meno serie che la quotidianità ci offre a menadito. Sabato pomeriggio ho avuto uno stimolo ad entrare nel merito del "disagio giovanile", come viene definito, da un rapido scambio di battute con una signora che insegna filosofia ad un liceo e lamentava una deriva anarchica dell'attuale generazione under20e30. Nel blog, ma più in generale nella mia esperienza di vita (e pensiero) ho avuto già occasione di confrontarmi con queste tematiche, che ho condensato nell'intervento I giovani tra noia, nichilismo e spiritualità , la relazione che avevo intenzione di presentare in occasione del Salotto di Sofia 2008. Sto richiamando alla mente questi interventi, che tuttavia sono rimasti inespressi e forse cristallizzati nello spazio di questa cittadella, perchè la piccola scintilla che volevo offrirvi oggi ha la pretesa di integrarli e, anzi, ripensarli in una maniera nuova, provando a smuovere quelle parole che sembrano relegate al passato 2008, come sembra suggerire la struttura lineare del blog (ci tornerò su). Torno ora alla professoressa e alle sua contestazione di scarso raziocinio giovanile: «Ciò che mi spaventa è la deriva anarchica di queste nuove generazioni, incapaci di riflettere sul senso delle cose e di apprezzare la libertà.» La mia immediata risposta fu di correzione, ricordandole che «i giovani hanno voglia di riflettere sui valori, il problema è che non vengono messi in condizione di farlo perchè troppo spesso l'ambiente non è dei migliori. E allora il facile sbocco è l'anarchia, la chiusura e l'assenza di dialogo». Tornando a casa nella mia seicento blu ripensavo allo scambio di battute e riflettevo sul timore della professoressa per la mancanza di dialogo tra i giovani, tema a cui mi sono spesso dedicato anche nel blog. Pensavo che forse tutte quelle analisi, comprese le mie, rimanevano alla superficie e non affondavano davvero nella questione che forse poteva giocarsi ad un livello ontologico-esistenziale più profondo, ovvero attingendo al problema del rapporto tra la verità e il fenomeno o l'apparenza e la relativa opinione. Non mi riferisco certo a tematiche Parmenidee nè strettamente Platoniche nè tantomeno ad una contestazione pseudo-marxista della società attuale, ma pensavo al valore che strutturalmente noi uomini affidiamo all'apparenza o al fenomeno rispetto alla questione della verità. I tre termini della relazione (me stesso - la professoressa - i giovani) sono presi dall'apparenza delle questioni e si concentrano su una certa fenomenologia, creano un vero e proprio dialogo tra "posizioni" animate dall'aderenza più o meno precisa al fenomeno e alla lettura più profonda dello stesso. Fin qui nulla di straordinario. Notavo che il campo in cui ci si muove rimane grossomodo lo stesso finché non entra nella discussione la questione valoriale sulla verità. Provando ad astrarre una sorta di meta-discorso chiedo: perchè, se ci interessa la Verità della questione, ovvero ciò che pretendiamo trovare dietro il fenomeno "disagio", rimaniamo fedeli al fenomeno stesso? Perchè muoviamo una discussione sui fenomeni e nell'ambito dei fenomeni per poi saltare di piano e non inversamente? Perchè non partire dalla Verità per poi dedurne fenomeni e confontarli? La risposta sarebbe abbastanza agevole, perchè non vi sarebbe leva, punto di appiglio, dopotutto della Verità, in particolar modo nelle questioni etiche, non disponiamo. I metodi appaiono dunque entrambi aporetici. E allora perchè pretendere di porsi in una posizione critica verso un fenomeno (giovani) invece di assumerlo come elemento di una ricerca ancora in fieri? Non è relativismo, è voglia, questa sì, di ricerca. E se la ricerca rimane senza risposta? Beh, sospendiamo il giudizio, non abbandoniamoci alla nostra pretesa di possesso. E' altrettanto vero che tutto il metodo scientifico poggia sul fenomeno e su quelle "leve fenomeniche" che ci hanno permesso di "innalzarci" attraverso il mondo della tecnica. Ma, ancora una volta, un'intelligenza onesta deve ammettere che la scienza stessa, benchè possa vantarsi di importanti conquiste, viaggia senza fondamenti e su un metodo che non sempre, come in questo caso, appare corretto per riflettere. Dobbiamo inoltre ammettere che noi stessi, più o meno involontariamente, lo utilizziamo in altri contesti e pretendiamo di far riflessioni "serie", "scientificamente serie". In definitiva, sappiamo riflettere sui fenomeni? Non ancora.


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