"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, febbraio 1

La questione della giustizia

E inoltre, se si dovesse giudicare quale fra queste [coraggio, moderazione e intelligenza] è più capace con la sua presenza di rendere buona la nostra città, sarebbe difficile decidere se si tratti del consenso fra governanti e governati, o della salvaguardia dell'opinione basata sulla legge che si è formata nei soldati circa ciò che è da temere o no, o la vigile intelligenza presente nei governanti, oppure se ciò la cui presenza nel bambino, nella donna, nello schiavo, nel libero, nell'artigiano, nel governante, nel governato, è la più importante per render buona la città, consiste nel fatto che ogni singolo individuo svolga il compito che gli è proprio senza moltiplicare le proprie attività.

Platone, La Repubblica, libro IV 433c, tr. it. di M. Vegetti, BUR, Milano 2006.


Sono convinto che queste righe, oltre alle svariate perle che compongono il testo citato, siano particolarmente significative. Mi è capitato giorni fa di ripensare al concetto greco di giustizia ascoltando le notizie sui recenti stupri e violenze e sulla volontà di giustizia-fai-da-te manifestata da nostri connazionali. Pensavo che dinanzi ai tumulti odierni e alle contrapposte letture di avvenimenti (si legga il caso Battisti ) sia davvero difficile immaginare un'idea talmente condivisa da attraversare pressocchè indenne una buona tradizione, che va almeno da Parmenide ad Aristotele, nonostante le differenze e le opposizioni frequenti anche nella Grecia antica. Se un concetto tale è sopravvissuto a secoli di guerre e confronti con il diverso (Persiani) evidentemente alla base doveva esserci qualcosa di forte che a noi spesso sfugge e che oggi sembra esser perduto. La struttura valoriale comunitaria espressa sembra fondarsi su una fiducia talmente forte che arriva a prevalere su virtù individuali quali coraggio, moderazione e intelligenza. Perché tale forza? A mio avviso la questione non può esser lasciata sul piano della fiducia, quasi fosse un moto di buonismo giuntoci da una civiltà "bambina" che non ancora ha visto nulla. I greci non erano certo ingenui, conoscevano il dolore e la lotta, conoscevano l'amore per la terra e la violenza: se Platone crede di fondare uno Stato simile su base comunitaria e non su Virtù individuale - come accadrà, non a caso, nel 700 dei re illuminati - alla base non può esserci un nesso vago ma una ferrea necessità, ovvero una struttura metafisica rigorosa. Ecco il nesso tra la metafisica e l'etica, che certo sembra spezzarsi con Aristotele nell'esprimere quell'empiria totale, ma che in realtà soggiace inevitabilmente come terreno, come condizione di possibilità. Questo nesso, che soggiace ma al contempo costituisce la condizione per ogni episteme i platonici lo chiamavano Hen. Recuperare questo nesso, epurato dalle false letture pan-teologiche, mi sembra sempre più un'urgenza.


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Vedi, caro Andrea, fondare la giustizia su una necessità, può sembrare opportuno ed indispensabile, ma può essere altresì assai pericoloso.
Perché per riconoscere una necessità, ci deve essere sempre qualcuno che la "stabilisce", e non solo per sé stesso, ma per tutti.
Per esempio, ai tempi di Platone, era quasi una necessità indiscutibile, o se vuoi "metafisica", l'esistenza e l'utilizzo degli schiavi. Poi gli uomini hanno stabilito altre necessità, anche a beneficio di quelli che venivano utilizzati come schiavi.
Quindi direi che è meglio, quando si parla di giustizia, limitarci al campo delle leggi, che riflettono il modo migliore di relazionarsi che gli uomini e le donne hanno ritenuto opportuno per loro stessi nella loro epoca. Naturalmente tenendo anche conto del fatto che tale sforzo è sempre perfettibile, e che viene sempre dal basso, più che essere calato dall'alto. Così forse, un giorno, sarà necessario per legge, avere un maggiore rispetto anche degli animali, dato che noi, in fondo, non siamo altro che, come dice Aristotele, "animali comunitari"
Ciao
Carolus Felix

Andrea Fiamma ha detto...

Condivido quando denunci la pericolosità del trattare l'etica in maniera metafisica perchè essa appare come un campo lontano da qualsiasi parola definitiva, pena la chiusura dogmatica.

Quanto tuttavia volevo mettere in luce riguardava più una meta-etica, mi si passi il termine senza riferimenti a Moore. La necessità della fondazione etica a cui faccio riferimento è distinta dal piano delle leggi su cui, condivido, "ci deve essere sempre qualcuno che la "stabilisce", e non solo per sé stesso, ma per tutti."

Quindi una cosa è parlare di leggi e di costumi che vengono "imposti" come necessari da un re, dalla tradizione o dal senso comune e su cui condivido tutti i temi che hai proposto, dall'esempio negativo della schiavitù allo "sforzo perfettibile" (Popper non aveva torto); altro è riflettere sullo statuto, sul legame e sulla possibilità della politica quando essa viene a toccare temi fortemente etico-metafisici quali la giustizia, il male etc.

Grazie carlo.

Raffaele Mele ha detto...

Vorrei solo sottolineare che il senso platonico della giustizia rispecchia solo in parte quello della "grecità". Ad esempio i filosofi della physis avevano una concezione ben diversa della giustizia: tale concezione eraaperta all'ascolto dell'appello dell'essere, della natura intesa come coscmo, quindi era pre-giuridica, pre-morale, pre-religiosa. Questo stare all'ascolo della natura, dei suoi ritmi, del suo divenire senza imporsi ad esso è un ethos originario e precedente ad ogni etica e ad ogni meta-etica. La giustizia umana confluiva in quella cosmica e non era immediatamente "politica". Solo da Socrate in poi, e dunque anche con Platone, la giustizia è concepita al di là di un cogente richiamo all'essere, essa diventa progetto politico (proprio nel senso che la polis diviene il nuovo orizzonte in luogo d cosmos), volontà di organizzazione e razionalizzazione del divenire. Ogni valore non si spiega che in questo modo, come espressione di una volontà organizzatrice del reale. Ecco perchè alcuni ritengono giusto che la legge possa disciplinare, in nome di valori e etiche del tutto arbitrari, l'indisciplinabile della natura, come la vita e la morte (il caso Englaro mi sembra eclatante). Dunque la giustizia in senso greco è un ethos che esula da ogni etica, precedendola.