"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, febbraio 28

Linguaggio e cervello, tra Aristotele e Neuroscienze

Oggi vorrei dare risalto ad un articolo apparso su "Il Corriere" dal titolo "Come si parla? Il cervello lo sa già" e firmato da Edoardo Boncinelli (qui). In realtà devo confessare che non mi sono mai interessato ai temi inerenti la "Filosofia del linguaggio" nè tantomeno alle neuroscienze, nonostante negli ultimi anni stiano invadendo le aule di filosofia - o viceversa. Questa precisazione non ha il senso di un "porre le mani avanti", quasi a denunziare sin d'ora la scarsa serietà dello spunto, ma viceversa vorrei assicurare il lettore che non ho intenzione di portare avanti un discorso strettamente tecnico ma avrei intenzione di limitarmi a dar eco all'articolo, sistemando quì e lì qualche annotazione. Della neuroscienza mi colpisce anzitutto il tentativo di avvicinare un elemento materiale costituente parte del cervello, quale l'area "di Broca", ad un elemento che sino ad ora è stato considerato in qualche modo lontano dalla materialità, come la parola. Certo, qui anzitutto dovremmo attingere ad una qualche fonte per definire cosa sia la "materialità" e di conseguenza la "materia", ma posso liquidare, con licenza, la questione indicando come "materia" ciò che è tangibile. Ecco perché mi sorprende questa "scienza" che ha la pretesa di scovare il legame tra una parte tangibile, il cervello, e tutto il mondo del linguaggio, che non cade sotto i sensi - perché noi possiamo produrre o ascoltare suoni, non linguaggio. A ben vedere questa stessa ricerca è guidata da schemi e concezioni metafisiche più o meno esplicite, che sarebbe interessante approfondire. L'articolo dà tuttavia alcune indicazioni ben precise, ovvero riporta le ultime "scoperte" secondo le quali la cosiddetta "area di Broca", che «sovrintende quindi al controllo della corretta disposizione sintattica dei segni, al di là e al di sopra del linguaggio vero e proprio». Esiste quindi una sorta di sintassi, ovvero uno schema, una "struttura" (Levi Strauss) che poi noi andiamo a "riempire" - mi si conceda un'immagine semplificata - con determinate parole e con esse determinati significati. Questo meccanismo mi ha fatto pensare alle cosiddette "formalizzazioni" che si studiano in logica anche se in questo caso c'entrano poco o nulla. Facendo un passo oltre l'articolo, provo uno quei salti che ai miei professori poco vanno a genio ma che in questa sede posso permettermi, citando un famoso brano di Aristotele (Politica, 1253a):
Infatti, secondo quanto sosteniamo, la natura non fa nulla invano, e l'uomo è l'unico animale che abbia la favella: la voce è segno del piacere e del dolore e perciò l'hanno anche gli altri animali, in quanto la loro natura giunge fino ad avere e a significare agli altri la sensazione del piacere e del dolore. Invece la parola serve a indicare l'utile e il dannoso, e perciò anche il giusto e l'ingiusto. E questo è proprio dell'uomo rispetto agli altri animali: esser l'unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto e così via. È proprio la comunanza di queste cose che costituisce la famiglia e la città
Aristotele lega il concetto di giusto e ingiusto, ovvero di Bene e Male (cfr. Il male) alla "favella" ovvero a ciò che in maniera forse imprecisa prima chiamavo "linguaggio". Posto che esista una struttura "innata" di «segni, al di là e al di sopra del linguaggio vero e proprio» e posto che aristotelicamente il linguaggio sia "responsabile" del concetto di bene e male, allora potremmo forse azzardare che in qualche modo possa essere innato, analogamente alla "struttura dei segni", un concetto "puro" del bene o del male e persino una società "pura", ossia non commista ai differenti dati giunti dalle tradizioni ma insita nella natura stessa dell'uomo. Queste idee, molto platoniche a dire il vero, sarebbero non il mezzo per determinare la fine delle tradizioni o della storia delle concezioni di bene e male, ma sarebbero, forse, il presupposto che fondi le possibilità delle stesse. Queste righe appena scritte appaiono pericolose e assurde, ma forse, più che uno spunto "serio" vero e proprio, questo mio accostamento alla tradizione antica - con cosciente confusione tra concetti antichi e moderni di innatismo, essenza etc. - può indicare uno dei modi attraverso i quali possiamo ancora imparare dagli antichi, stavolta non a livello di "saggezza" o di "buon vivere", ma in maniera veramente scientifica. Improvvisarsi filosofi della scienza è stato un esercizio gradevole per passare questo pomeriggio grigio e spero contestualmente di non aver dato ragione a quei professori che prima citavo.


2 commenti:

Jon ha detto...

Ho letto con piacere il tuo intervento. I temi che affiorano sono degni interesse, soprattutto per chi come me progetta di lavorarli sistematicamente. Avendo poco tempo a disposizione mi permetto di porre l’attenzione su alcuni punti:



i) in primis, c’è quello che si potrebbe definire il «problema fondamentale», ossia lo statuto della relazione tra ciò che è «materiale» e ciò che invece non lo è, il «linguaggio».

ii) In secundis, l’idea di una «struttura del linguaggio» che soggiace alle molteplici lingue: idea questa di matrice chomskyana-pinkeriana e contestata da Hagège (1984), suscettibile di un’intepretazione sintattico-formale (Chomsky) o biologico-materiale (Pinker)

Per quanto concerne il punto (i) posso dirti solo che se i filosofi non hanno la comunità scientifica che si meritano (mia tesi), molto spesso la scienza non ha la filosofia che si merita (Bachelard). Cosa voglio sostenere con questo? La solita e stolida polemica heideggeriana contro la scienza che «denkt nicht»? No, tutt’altro. Intendo piuttosto dire che molti scienziati che lavorano in queste terre di confine sono totalmente sprovvisti di una minima preparazione filosofico-metodologica e il loro stesso armamentario tecnico-biologico è inteso come metodo, come «filosofia» Invece vi dovrebbe essere una mutua dipendenza di filosofia e scienza all’interno di un sistema del sapere aperto ed in continuo divenire. Un primo esempio te l’ho offerto in una nostra conversazione precedente. In che modo – suggerivo – il nostro linguaggio si rapporta alla realtà, sempre che una domanda di questo genere abbia senso? Ecco, stiamo attenti all’indici temporali, spaziali e modali omessi o tacitamente posti in ombra: finiscono sempre per retroagire sul nostro linguaggio e quindi sul nostro stesso pensiero.

Andrea Fiamma ha detto...

Grazie dell'intervento, sai che condivido l'impostazione che dai al problema posto nel punto i) e a cui nel mio scritto ho solo fatto brevemente accenno.