"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

lunedì, giugno 15

Il paradosso della soggettività, con P.A.Rovatti

Oggi vorrei mostrarvi una piacevole intervista al prof. Aldo Rovatti realizzata, neanche a dirlo, dal gruppo ASIA (qui) in occasione delle vacances de l'esprit a cui davvero prima o poi mi piacerebbe partecipare. Mi sono permesso di definire l'intervista "piacevole" per la simpatia del professor Rovatti e per il gusto e la semplicità con cui è stata condotta questa chiacchierata nonostante tocchi temi davvero impegnativi. Tra questi vorrei proporvi di soffermarvi sulla riflessione in merito alla Gelassenheit Heideggeriana, sia perchè mi sembra uno snodo importante per comprendere il paradosso della soggettività affrontato poi nell'intervista e sia perchè è un tema che più volte ho ripreso nel corso di questo anno di appunti sparsi passato insieme ai lettori del blog. Rovatti chiede:
Quando abbiamo realizzato quella che Heidegger chiamerebbe la Gelassenheit, cioè l'abbandono, [...] dove arriviamo? A un qualche cosa che dobbiamo pur descrivere. Ma chi è che descrive questo qualche cosa? Quel qualche cosa, X, nulla, enigma sarà pur descritto da qualcuno. Allora io penso che gira e rigira la fenomenologia, per la quale io non sono un credente, è però imbattibile perchè ha sempre una successiva domanda da farti: e allora Chi parla? La cosa parla? E tu che dici che la cosa parla, Chi sei?
Questo passo è a mio avviso di grande interesse perchè non si riduce a delineare fenomenologicamente i limiti - o forse la grandezza, come qui contesterebbe Benjamin - dell'umano ma allarga la prospettiva della riflessione verso il soggetto, o il "parlante", senza ricadere in quella metafisica della soggettività, che, precisa Rovatti, per Heidegger inizia proprio lì dove per Husserl all'inverso inizia la de-soggettivizazione, ossia con Cartesio. Con Rovatti condivido molto quel suo essere «simpatetico con Heidegger fino ad un certo punto» benchè probabilmente i nostri "punti" siano differenti. Chi parla? La cosa? L'Esserci? Dove trovare la risposta? Credo che la prospettiva fenomenologica per quanto fondamentale e, in questo senso sì, davvero imbattibile nel riproporre la domanda sul Chi, non possa che arrestarsi al domandare - paradosso linguistico voluto.

Dal punto di vista di un lettore della tradizione neoplatonica, la risposta al Chi non è tanto l'esito di un continuo domandare bensì è proprio l'incipit della ricerca. Pensando a partire dal mondo, dalle cose stesse, la fenomenologia giunge al Chi e qui pare prender forma quell'incontro con il neoplatonismo che notavo anche nel post dedicato alla De Monticelli. Chi parla? La prima Enneade è rivolta proprio verso questo tipo di questione. L'io storico? Quell'Io che Rovatti considera «solo una funzione»? Oppure Tu che domandi, tu che chiami, sei anche qualcos'altro? Per Plotino l'inizio della filosofia si gioca tutto su questo saper vedere Chi tu sia e sulla scelta della vita che tu voglia seguire, se conforme all'Io storico o a quell'energheia che intuisci ma non com-prendi, perchè ha la struttura del divino. «Quodlibet in quolibet» (Cusano). Ma qui inizia tutta un'altra tradizione metafisica.


2 commenti:

sgubonius ha detto...

Già che sono di passaggio mi permetto (da non-amante della fenomenologia, di cui pure non si può non riconoscere l'importanza) un ulteriore approccio.

Nietzsche nell'aldilà del bene e del male dice:
«un pensiero viene (kommt)quando è "lui" a volerlo non quando “io” lo voglio; cosicché è una falsificazione dello stato dei fatti dire: il soggetto "io" è la condizione del predicato "penso". Esso pensa (Es denkt): ma che questo "esso" sia proprio quel famoso vecchio "io" è [...] soltanto una supposizione»

Questo "es denkt" che ancor più che tradurre "esso pensa", in cui si spersonifica soltanto il soggetto, andrebbe ulteriormente ripensato in un puro infinito "pensare", l'evento del pensare. E' con l'evento che Heidegger esce del tutto dalla fenomenologia mi pare, e così anche tutta il post-strutturalismo nella sua rilettura presoggettiva del mondo. Non c'è alcun "tu che domandi", perchè è la domanda che accade senza che tu (?) decida di porla realmente.

Andrea Fiamma ha detto...

Sì, grazie Sgub per il commento. Difatti non a caso Rovatti dice di voler seguire Heidegger "fino ad un certo punto". Interessantissimo il pezzo di N.