"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

giovedì, settembre 24

Contro un approccio storicistico alla storia della filosofia

Ieri pomeriggio ho avuto una densa e proficua chiacchierata con la prof.ssa. Nicoletta Tirinnanzi, persona squisita e docente preparatissima, a cui devo un po' tutte le cognizioni che ho di Bruno e del Rinascimento. Chiacchierando sulle interpretazioni possibili di alcuni passi cusaniani, lei mi riportava un'idea di Benedetto Croce che vorrei qui discutere - sperando di ricordarla adeguatamente: ogni storia, ogni interpretazione, ogni lettura del passato sono sempre storie, interpretazioni e letture contemporanee perchè hanno come condizione intrascendibile i bisogni attuali. In sostanza dal punto di vista di Croce non solo non esiste una lettura trasparente del passato, scevra dalle condizioni di partenza - sarebbe scontato - ma le letture non sono pensabili separate dai bisogni stessi dell'epoca in cui esse sono state formulate. Le intepretazioni del passato si configurano, quindi, come veri e propri tentativi di risposta a situazioni particolari e accidentali che si vengono a creare negli ambienti in cui la "cosa" è pensata. Questo approccio mi è istintivamente piaciuto anche perchè con il suo aiuto mi è sembrato di esser finalmente riuscito a comprendere alcune letture inusuali dei testi del Cusano. Certamente qualora ci si fiondi in questo tipo di approccio, si dovrebbe affrontare il rischio di "non uscirne più" per i continui rimandi e riletture possibili; eppure mi sento di ammettere che, almeno in sede accademica, esso si rivela efficace e che il rischio vale la preda.

Tornando a casa mi domandavo quanto in effetti tutte le questioni snocciolate nel pomeriggio siano adatte a rispondere ai problemi che muovono la mia ricerca. Ecco perchè oggi vorrei mettere sul banco degli imputati quel modo di far filosofia: mi sembra che i presupposti fortemente storicistici da cui prende le mosse non riescano a rendere ragione di tutti quegli elementi che puntualmente, dal 400 a.C. sino ad oggi, ritornano in ogni problema. Faccio riferimento a tutti quei temi metafisici che spesso richiamo sul blog e che mi stanno a cuore proprio perchè credo che costituiscano un orizzonte intrascendibile con cui la riflessione filosofica non può che fare i conti. Il metafisico ha la pretesa di dire che quei problemi toccati sono strutturali e leggerli secondo una prospettiva storicistica significa non riconoscerne lo statuto ontologico: la riduzione dei problemi a questioni "d'epoca", tipica dello storicismo o del Croce, non riesce perciò a rendere appieno la qualità e il valore delle questioni ultime. Ecco che un metodo fecondo nella ricerca storica e accademica può talvolta rivelarsi inadatto per toccare il nucleo teoretico delle questioni.

Tempo fa, su suggerimento dell'amico Jonathan, acquistai un breve testo di Husserl dal titolo La filosofia come scienza rigorosa e proprio ieri pomeriggio mi tornavano in mente alcune obiezioni di Husserl a Dilthey, lì presenti. Premetto che mi muovo su questi testi come un elefante in quanto non solo ho una conoscenza manualistica delle questioni, ma mi sento lontano dal periodo e la particolare scrittura husserliana fa il resto. Ciò che mi rimase dalla lettura è l'idea di un approccio alla storia della filosofia che si ponga come fine la ricerca delle strutture teoretiche che soggiacciono ai vari pensatori. Ecco, in conclusione mi sembra che, considerate tutte le differenze del caso etc., questa concezione della filosofia sia molto più autentica e vicina ai problemi dell'uomo - pur conscio che parlando autenticità stia aprendo un'altra questione enorme.


7 commenti:

Anonimo ha detto...

Ciao Andrea,
condivido pienamente quello che scrivi. L’esigenza di un approccio non storicistico, ma di tipo teoretico (e dialogico) è a mio avviso fondamentale affinché la stessa storiografia sia qualcosa di filosoficamente sensato. Credo che la storia della filosofia che abbiamo alle spalle abbia un valore davvero enorme e questo per il fatto che essa contiene un’esperienza di pensiero lunghissima e svolta da spiriti, o cervelli, enormi. Credo che prendere sul serio la filosofia significhi usare questa eredità – analizzarla, valorizzarla applicandola alla realtà, alla nostra esperienza (anche solo per comprenderla meglio, e non anche necessariamente per cambiarla – per me la filosofia è innanzitutto teoria). Questo non esclude che si possa anche godere i classici come forma letteraria, come produzione storica – ricercando le connessioni tra i vari temi ed i vari autori con le rispettive epoche –, e neppure esclude che li si possa leggere nel tentativo di cogliere il pensiero ‘in sé’ dell’autore. Ma la storiografia, se deve avere un senso che non sia il puro apprezzamento estetico di un pensiero calato nel suo contesto culturale originario, ossia se deve servire alla filosofia, non deve ridursi a questo. Purtroppo io non ho la testa di Aristotele, di Descartes o di Hegel, ma ho almeno la possibilità di leggerli e di studiare ciò che di loro mi interessa. Valorizzare gli autori significa, per me, trattarli non come figure da venerare – con il mio studio – ma come uno strumenti per estendere la mia capacità di comprensione delle cose.
Ernesto

sgubonius ha detto...

Se vuoi c'è sempre di peggio nella regressione infinita del senza fondo senza senso!!

"sostituire alla storia della filosofia un teatro della filosofia, è possibile."
Gilles Deleuze

Ipotesi affascinante e non priva di risultati neanche questa, certo da maneggiare con estrema cura e senza alcuna pretesa di verità, ma in immersione totale nel gioco concettuale! Affascinante soprattutto perchè pone in diretta correlazione i pensatori con gli artisti (leibniz e il barocco, welles e nietzsche, proust e bergson, per esempio) e quindi con un "mondo" e con le sue strutture come dicevi tu. Rischioso perchè senza "storia" manca anche il telos e si smarrisce la retta via.

Andrea Fiamma ha detto...

Volevo chiedere ad Ernesto: secondo te la filosofia è solo questione di "cervello"?

Anonimo ha detto...

Puoi specificare un po’ di più la domanda?
Cosa intendi più esattamente per ‘esser questione di cervello’?
Ernesto

Andrea Fiamma ha detto...

In due passaggi hai fatto riferimento ad un "cervello" dei filosofi, come se si trattasse di una quetsione d'intelligenza. Scrivi inoltre di "non avere il cervello di Aristotele o Hegel"; mi chiedevo dunque se secondo te l'opera filosofica è una produzione di "cervelli" che si applicavano alla "comprensione delle cose". E' per capirsi, nient'altro; poi ti dico la mia.
:)

Anonimo ha detto...

Ho scritto ‘spiriti, o cervelli’ solamente per introdurre l’opzione filosofica ‘materialistica’ accanto a quella a cui siamo più abituati. Penso che certamente l’intelligenza sia fondamentale per fare filosofia (pensare filosoficamente), ma non è l’unica condizione. Intanto, perché, humeanamente, penso che la ragione , da sola, come pura, non sia capace di fare – conoscere o guidare – alcunché. Serve un interesse filosofico per le cose, o che le cose suscitino in noi una passione, la meraviglia/terrore (thauma). Serve anche, secondo me, un interesse etico per le persone o per l’umanità, e per il mondo: perché in fondo l’oggetto che ci interessa teoreticamente – l’ente, la verità, il mondo, lo Stato ecc. – non può esserci indifferente dal punto di vista morale (anche se poi ci soffermiamo su particolari che di per sé non hanno una immediata rilevanza etica, p.e. un regola logica d’inferenza, la distinzione di senso e denotazione, il modo di concepire il concetto di uno ecc.). Voglio dire, perché dovrei sforzarmi tanto per intendere ciò la cui esistenza non costituisce per me un valore positivo? P.e. (ma qui, lo ammetto, l’esempio è scelto non a caso), se mi interrogo sul fondamento della morale, forse, è anche perché già sento un impegno morale nei confronti degli altri. In secondo luogo, perché la filosofia non nasce ovunque. Cioè, non solo non nasce in ogni testa, ma neppure nasce in ogni cultura – la filosofia ha una radice culturale. Se la filosofia è un fatto umano, lo è attraverso la cultura e non attraverso la pura ragione. Penso, perciò, che la filosofia – come la ricerca scientifica – sia radicata anche su certe esigenze culturali, oltre che sulle qualità personali (intelligenza, meraviglia).
Ernesto

Andrea Fiamma ha detto...

Sì concordo con quanto dici, soprattutto sulle ultime frasi.
Grazie Enresto.