"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

venerdì, gennaio 1

Sul monachesimo: Massimo Cacciari

Qualche tempo fa, in un intervento dal titolo Nuovo ascetismo o nuova età comunale chiedevo:
Come vivere e respirare lo spirito europeo? Sarà forse in nuove abbazie, in un nuovo ascetismo o in una nuova età dei comuni? L'interrogativo è qui accennato. Oggi volevo indicarvi un'intervista a Massimo Cacciari risalente al 2002 (qui), nella quale il filosofo viene interrogato sull'importanza storica e filosofica del movimento monastico. Non ho mai nascosto l'ammirazione intellettuale per il Sindaco di Venezia, ma più che la sua analisi - puntuale, al solito - del paradosso monastico, oggi mi interessa la prospettiva che tratteggia nelle poche righe che ora riporto:
Che cosa l'affascina nella figura del monaco?

"Il suo non essere mai catturato dal mondo, cioè la sua ascesi, senza tuttavia essere mai separato dal mondo. Quella del monaco è un'ascesi associata, agonistica, in continuo confronto e lotta con il disordine del mondo, che vuole trasformare. Il monaco ha impeto missionario, evangelizzante, vive una tensione drammatica con il mondo. L'immagine corrente del monaco come di uno che fugge dalla società è aberrante, ci viene dalla feroce polemica dei protestanti e degli illuministi. Lo straordinario dell'esperienza monastica è invece separarsi sì da tutto e seguire Cristo, ma proprio perché imiti Cristo non ti separi da nulla, ma anzi coltivi, lavori il tuo campo, lo rendi fruttifero. Ora, l´attuale cultura appare totalmente asservita al mondo. Ma chi è servo, potrà mai "conquistare"? I monaci che ricusarono il mondo hanno fatto l'Europa, noi che abbiamo accettato, che ci siamo fatti semplicemente mondo, servi della tecnica e dell'economia, saremo mai capaci di creare una nuova comunità mondana? Sono convinto che chi non ha la forza interiore di distaccarsi, non di separarsi, chi dipende e basta dalle cose del mondo, mai potrà "dominarlo". Il monaco è questo paradosso: il suo nome significa solitario, ma egli vive insieme, anche nei momenti di estrema anacoresi. Ciò significa che, per essere veramente insieme, occorre essere capaci di entrare nella propria verità, di pervenire al proprio "fondo". In altri termini, soltanto chi è capace di essere solo, potrà costruire comunità. Oggi, se uno sta solo cinque minuti, accende la tv, sta con i mezzibusti"
.
Questo approccio è affine alle formulazioni che anche in altri interventi cercavo di portare avanti, tratteggiando un futuro Europeo laico che possa essere a immagine di quelle comunità così alte e rare che hanno iniziato a formarsi nei primi secoli dopo Cristo e che, probabilmente, sono le vere eredi delle scuole filosofiche, come sostengono M.Vannini e P.Hadot. Il filosofo deve saper guardare oltre, deve adattare la propria visione e saper guardare, come Linceo, con uno sguardo im-mediato che sappia cogliere l'universale. Le mie riflessioni erano state bollate come frasi di un reazionario, di uno che stava perdendo il senno, un fanatico conservatore; ecco perchè questa intervista è, oggi, importante anzitutto per tracciare una strada e per farsi coraggio nella speculazione.
Professor Cacciari, è possibile che i valori sociali di una comunità monastica siano oggi propri anche di una comunità laica?

"Non lo so. So soltanto che se dimentichiamo la dimensione del monachós, se la mia vita si risolve in egoismo o mera "confusione" con la massa degli altri, non nascerà mai una comunità. Questa infatti presuppone dei distinti, persone che cerchino di conoscere se stesse. La vera domanda è un´altra: se sia possibile una comunità senza Grazia, senza fede (ma la fede è Grazia, è dono). Non saprei risponderle. Ma il problema essenziale è capire chi sia il monaco, è porsi le domande in modo corretto".


La comunità monastica, in definitiva, ci insegnerà qualcosa?

"Non sono un profeta. Dico semplicemente che per porsi correttamente il problema dell'Europa, bisogna porsi correttamente il problema della spiritualità monastica"



2 commenti:

Carlo ha detto...

Cacciari si chiede se sia possibile una comunità senza fede.
Le antiche scuole filosofiche erano comunità dedite alla riflessione, allo studio, all'insegnamento, pur non appartenendo a nessun credo religioso.

Andrea Fiamma ha detto...

Il problema è cosa significa avere fede in questa prospettiva...