"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

mercoledì, agosto 31

L'arte e la "Bellezza suprema"

Torno a scrivere dopo una intensa attività estiva, tra viaggi, lavori, articoli, Summer Schools e quant'altro; scrivo, dunque, dopo un relativo periodo di pausa dalla Cittadella, in un momento in cui, finalmente, posso dedicarmi con calma alla lettura e all'ascolto. La riflessione che vi propongo ricalca piste forse già ampliamente (ma mai abbastanza) battute, sia in questo umile luogo di contemplazione ma soprattutto in lavori più strutturati e autorevoli; tra di essi, ad esempio, si citi la scintilla di questo post, nato in seguito all'ascolto delle riflessioni del prof. Joseph Ratzinger all'udienza generale di stamattina: L'arte apre la porta verso la Bellezza suprema, verso Dio. D'altronde è la classica via pulchritudinis presente in tanta filosofia platonica e oggi, in ambiente cristiano, riproposta soprattutto dal card. Kasper e dal teologo Bruno Forte. Nella visione dell'opera d'arte l'uomo riesce a cogliere un qual-cosa che sembra essere incomprensibile per la ragione discorsiva, che è calcolo e ragionamento, un datum che oltrepassa il livello gnoseologico della mens e che, al contrario, ci richiama a superarla, attingendo ad una dimensione ultra-cognitiva che sembra piuttosto parlare al nostro cuore. Qui, nell'interiorità dell'uomo, scopriamo quella vicinanza alla Bellezza che ci ha sorpresi, meravigliati, afferrati, una affinità dove ci scopriamo figli di quella "Bellezza suprema", come la chiama Ratzinger*.
“Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: ‘Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio’”.
La questione filosofica che si pone e che vorrei cercare di sollevare riguarda le fonti di questa idea. Mi pare che qui si intreccino tutta una serie di componenti provengono per un verso dalla tradizione platonica, in particolar modo da Plotino, e, per l'altro, ovviamente, dalla tradizione ebraica. Dalla filosofia platonica la teologia della bellezza ha potuto agevolmente acquisire l'impianto ontologico, per cui il mondo è perfetto e ordinato e, dunque, bello - si leggano i commentari al Timeo; è Plotino tuttavia, soprattutto nella stupenda Enneade I 6, che scava la via pulchritudinis. La Bellezza dell'Uno, difatti, lascia brillare i suoi riflessi anche nel mondo dei corpi, da esso generato per processione. Eppure mi pare che il pensiero cristiano vada oltre e che, forse, questo si debba implicare all'influsso della Bibbia: Ratzinger non si limita alla considerazione (neoplatonica) della presenza di Dio nel mondo, seppur in forma contratta, nè ad una strada teoretica, da essa poi seguita, bensì implica uno spostamento semantico. La via della Bellezza ci dice che ovunque si esprima armonia, bellezza, arte, ecco che l'uomo riesce ad elevarsi di per sè; non per una qualche strada teoretica, ma per un'esperienza che si offre di per sè. Non vi è ascesi, come in Plotino, bensì esperienza. La bellezza non spinge ad un percorso, ma offre un dono. Questo, appunto, è tipicamente cristiano. Torna in mente la lezione di Schelling più volte citata nella Cittadella, per cui - come scrivevo - "il cristianesimo è stata la cesura fondamentale che ha dato vita alla storia in quanto ci ha permesso di concepire la coscienza come libertà assoluta.

Nell'epoca antica, difatti, la coscienza era preda della necessità e non a caso i filosofi tematizzarono l'Essere; il cristianesimo ha reso l'uomo cosciente della della libertà nella dimensione pratica e lo ha aperto al divenire. Ecco perchè nel Cristinesimo è possibile rintracciare la cesura definitiva che ha aperto un mondo nuovo. Ora, cosa c'entra questa filosofia della storia con l'arte e la produzione artistica? Dal punto di vista di Schelling, l'arte sembra essere lo strumento privilegiato per l'espressione della coscienza. Emblematiche sono le grandi opere antiche, dove la stabilità e la rigidità del marmo esemplifica la stabilità dell'essere. L'arte "moderna", dal suo canto, non ha potuto non tener conto dell'evoluzione della coscienza, un'evoluzione teoretica e pratica. Le grandi opere della cristianità sono figlie dell'epoca del divenire, in cui la coscienza è altresì aperta alla Libertà trascendentale, quella libertà di cui parla Kant nella Kritik der praktischen Vernunft e che anela al Fondamento stesso, oltre il tempo e lo spazio". Questo tema, dunque, è quel qualcosa che il mondo greco non riusciva ad esprimere e con il Cristianesimo diviene il centro della vita del cristiano. La libertà è l'esperienza prima, dove trovare, come nell'amore agostiniano, il riflesso di Dio. Allora, mi permetta Bruno Forte, più che una neoplatonica via della Bellezza, proporrei di risemantizzarla in una, cristiana, via della Libertà.










*Ho trattato più ampliamente di questi temi in alcuni miei lavori sul tema della visione nella mistica speculativa, soprattutto in A. Fiamma, La ricerca cusaniana dell'infinito nel De Visione Dei, in C. Catà, A caccia dell'Infinito. L'Umano e la ricerca del divino nell'opera di Nicola Cusano, Aracne, Roma 2010.


1 commento:

sgubonius ha detto...

Mi inviti a nozze, bellissima questione! Aggiungo solo un po' di carne al fuoco: Adorno in un saggio sostiene che la musica di Beethoven sia il tentativo, parallelo a quello hegeliano, di mostrare il presupposto come un risultato. In termini musicali, riottenere il tema musicale principale presentandolo come risultato di uno sviluppo. In questo differisce da quella di Bach per dire, citata da te attraverso Ratzinger, che per lo più esaurisce la combinatoria armonica di una melodia (forse più leibnizianamente). In comune però c'è la bellezza delle due opere, e non solo, c'è in comune anche il tentativo riuscito di eliminare la gratuità del presupposto tetico stesso (restituendolo come risultato o esaurendone la libertà nella combinatoria, vedi poi Schoenberg).

Tutta sta premessa per discutere un po' la dicotomia bellezza-libertà con cui concludevi. Credo che la bellezza, oggi come sempre, nasca nello sparire/tramontare della libertà (dell'Inizio), ovvero nel portare alla coscienza la distanza che ce ne separa mostrando l'inizio stesso dell'opera come qualcosa di già "scritto", verbalizzato, per avvicinarsi un po' a Giovanni. Come dicevi tu stesso: non c'è ascesi, c'è solo esperienza.

Forse il cristianesimo ha portato la teologia dove l'estetica era già arrivata.