"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

domenica, settembre 8

Lucifero, all'origine del male

di Giovanni Fighera
fonte: La nuova Bussola Quotidiana (c)

In forma cinematografica appare a Dante un’immagine non nitida, simile ad un mulino dalle grosse pale che a poco a poco si configurano come le immense ali di Lucifero. Col loro movimento vorticoso esse trasformano l’acqua del lago in ghiaccio. Gigantesco, obbrobrioso, addirittura raccapricciante nell’aspetto, Lucifero visto da vicino non può trarre in inganno e sedurre con un’apparenza di bellezza, come fa quando tenta l’uomo. Alla vista della bruttezza di Lucifero Dante viator comprende che il male che c’è nel mondo proviene tutto da lui: «s’el fu sì bel com’elli è ora brutto,/ e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,/ ben dee da lui procedere ogni lutto».

L’angelo che era il più bello, il più vicino a Dio ha preferito ribellarsi a Lui, invece di essere grato per quanto ricevuto. Questo è il segno del vero male, del vero peccato, della vera immoralità, consistente nell’essere più attaccati a se stessi che affezionati alla verità. Colui che aveva la Verità di fronte si è posto lui stesso come menzogna e inganno al posto di Dio. Non può che diventare una «scimmia di Dio». Dante auctor lo rappresenta in chiave antifrastica del Creatore offrendone una parodia della Trinità. Infatti scrive: «Io vidi tre facce a la sua testa!/ […] Con sei occhi piangea, e per tre menti/ gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava».

«Mendace e omicida fin dal principio» viene definito Satana da Gesù. La potente poesia dantesca traduce in immagini icastiche quanto il poeta stesso avrebbe avuto la grazia di osservare in una visione. Se pur ammettessimo la finzione letteraria della visione che presiederebbe alla raffigurazione, non potremmo negare come i nuclei portanti dell’Inferno dantesco siano suffragati e corroborati dalla tradizione biblica. Nella Bibbia l’Inferno è presentato come una condizione eterna che spetta alle anime empie, dove si soffre sensibilmente e in cui l’anima dannata è esclusa dalla comunione con Dio. Questa esclusione è trasmessa da Dante nell’Inferno dal fatto che Dio non è mai nominato esplicitamente nella cantica, ma solo attraverso perifrasi. L’Inferno è, così, il luogo dell’assenza di Dio.

La tradizione biblica, poi, conferma l’incredibile numero di anime che finiscono all’Inferno, come ha descritto Dante nel suo poema e come hanno attestato le rivelazioni private, quantunque uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Hans Uns Von Balthasar, sia arrivato a scrivere nel saggio Brevi appunti sull’Inferno che la Misericordia divina è tanto grande che l’Inferno potrebbe addirittura essere vuoto. Così, infatti scrive: «La fede nella illimitatezza dell’amore e della grazia divina giustifica anche la speranza in una universalità della redenzione, anche se, per la possibilità in linea di principio permanente della opposizione alla grazia, pure la possibilità di una dannazione eterna permane. In questa luce scompaiono di nuovo  anche i limiti […] dell’onnipotenza divina».

L’infinita Misericordia di Dio, però, non esclude la libertà umana, anzi la esalta. La bontà divina, quindi, non impedisce a priori la nostra possibilità di dannazione. Gesù stesso attesta: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita, e pochi sono  quelli che la trovano!».

La via della perdizione conduce agli «abissi» o «Inferi» o «Ade» o «Geenna», nomi diversi presenti nel Nuovo Testamento per indicare l’Inferno. L’immagine più comune con cui viene raffigurato questo luogo è lo stagno di fuoco e di zolfo dove c’è «pianto o stridore di denti». Quindi, è un luogo fisico, come lo era la Geenna a Gerusalemme, una sorta di gigantesca discarica ove il fuoco brucia incessantemente la spazzatura. Gesù usa l’immagine della «fornace ardente» per parlare dell’Inferno laddove dice: «Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti».

L’immagine è confermata nell’Apocalisse laddove è scritto: «Per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte». E ancora: «Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome».

Il Lucifero dantesco è tre in uno, è divisione, discordia, tre teste in un solo corpo, parodia del Dio uno e trino. La «divina potestate, la somma sapienza e il primo amore» (la Trinità così come è indicata sull’epigrafe della porta infernale) si traducono in Lucifero nell’impotenza, nell’ignoranza e nell’odio. Dante descrive quest’angelo decaduto di gigantesche dimensioni che stanno a significare il pericolo costante che lui è per la nostra vita. Lucifero è conficcato al centro della Giudecca, dove sono puniti i traditori dei benefattori. Dalla testa centrale fuoriescono le gambe di Giuda Iscariota che ha tradito Gesù Cristo. Nelle due teste laterali sono martoriati, con il busto e il capo in fuori, Bruto e Cassio, che parteciparono alla congiura contro Cesare. Virgilio racconta che quando Lucifero si schierò contro Dio precipitò sulla terra dalla parte dell’emisfero australe. Le acque, che fuggivano da lui, si spostarono nel nostro emisfero. Il baratro infernale collocato dalla parte di Gerusalemme si formò, perché la terra fuggì da Lucifero posto in centro al pianeta e si andò a disporre nell’emisfero australe formando la montagna del Purgatorio. Giunti di fronte a Lucifero, Virgilio invita Dante ad appendersi alle sue spalle. Dopodiché si appende al pelo di Lucifero e scende «per cotali scale».

Quando i due furono «là dove la coscia/ si volge, a punto in sul grosso de l'anche», Virgilio «volse la testa ov'elli avea le zanche,/ e aggrappossi al pel com'om che sale». Dante è convinto di trovare Lucifero ancora disposto con la testa all’insù, ma si inganna. Allora Virgilio invita Dante a pensare al fatto che ha superato il punto verso cui cadono tutti i corpi gravi: «Quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto/ al qual si traggon d’ogne parte i pesi./ E se’ or sotto l’emisperio giunto/ ch’è contraposto a quel che la gran secca/ coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto».

Nei versi di cui parliamo il poeta fiorentino sfata la diffusa visione trasmessa da tanti libri di testo secondo i quali solo più tardi si sarebbe scoperto che la Terra non era piatta. Per Dante la terra è costituita da due emisferi un po’ schiacciati, l’ecumene è presente solo nell’emisfero boreale, mentre l’australe è coperto solo da acqua. Nella Quaestio de situ aquae et terrae il poeta tratterà più diffusamente dell’aspetto della Terra.

Nei versi finali Dante racconterà il percorso dal centro della Terra fino a rivedere le stelle attraverso una «natural burella» scavata nella roccia da un fiumiciattolo che scende dal Purgatorio. A questo punto Dante si troverà su una spiaggia, all’alba. Ma qui inizia un’altra avventura del viaggio: quella nel secondo Regno.


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