"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

mercoledì, maggio 19

Alexandros

Commuoversi per un poesia è molto difficile. Mi è accaduto una volta sola in vita mia, con questa perla di Giovanni Pascoli - che solitamente non leggo con trasporto -, Alexandròs (leggi qui la poesia). Rividi e rivedo in Alessandro il dramma dell'esistere. Questi versi sono altissimi; mi innamorai di lui sin da subito perchè, in realtà, ero io stesso a cavalcare fino ai confini della terra, attraversando i popoli più diversì, affrontando le genti più strane e le belve più selvagge, fino a quel lembo di terra abbracciato da Oceano. Se proverete a leggere ad alta voce questi versi, noterete che il ritmo è progressivo. Sempre più forte, sempre più veloce è la nostra fame di amore, conoscenza e piacere finchè non giungi al limite ultimo. E lì, in quel punto e in quel momento, vedi Alessandro lasciar cadere le braccia, volgersi alla Luna e vivere il dramma più intenso dell'esistenza: mentre il cuore pulsa per l'infinito, tu, piccolo uomo, sei costretto a questa dimensione, a questa terra, a questo commercio quotidiano con il transeunte. E nel molteplice, sei costretto a navigare e combattere, pur avendo in te stesso quella scintilla divina, segno dell'infinita presenza di Dio nel tuo cuore, che ancora arde e ancora vuole ritornare in patria. Alessandro piange, piange dall'occhio nero come morte; piange dall'occhio azzurro come cielo. E' il dramma di una sconfitta? O non è, piuttosto, il segno più forte di quella sehnsucht che grida forte, più forte d'ogni umano pensare e realizzare? E da dove giunge questa scintilla, questa vocazione all'eterno e all'infinito? Quella di Alessandro era davvero la tracotanza di un incontinente, come lo dipinge Aristotele? O, forse, soprattutto nella lettura splendida del Pascoli, in Alessandro splende in realtà tutta la forza più sublime della vita?


2 commenti:

sgubonius ha detto...

Poesia straordinaria, non c'è dubbio, anche se di Pascoli preferisco le Myricae. Non solo come raccolta, ma proprio come principio estetico (partire dalle cose umili), mentre in Alexandros è incredibilmente all'opposto (come nel 5 maggio di Manzoni, è facile partire già dall'epico, da Omero in avanti non si è fatto altro).

Nelle Myricae c'è qualcosa della rosa di Silesius forse, ma c'è perfino in quell'ultima strofa dell'Alexandros ("e il vento passa e passano le stelle").

E' sempre piacevole leggere Pascoli, magari se a scuola non lo presentassero come un obeso campagnolo complessato di Edipo sarebbe anche meglio.

Andrea Fiamma ha detto...

Ehehe senza dubbio amico.