"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

sabato, marzo 7

La Bellezza di Leibniz

Riporto per intero la citazione di Leibniz presente in un interessantissimo articolo dal titolo Prospettivismo e metafora dello specchio nella concezione leibniziana della rappresentazione che ho trovato sul sito dell'università di Milano qui. Tra l'altro per un lettore del Cusano l'aspetto posto in questione è particolarmente affascinante per l'evidenza di particolari influssi, alcuni dei quali - ad esempio la ripresa leibniziana del rapporto complicatio/explicatio - sono citati esplicitamente; ne indico altri di mia sponte: i concetti di proporzione, unità, centro e lente. Nel testo che sto per citare, come di consuetudine, il corsivo è mio:


Vi è una ragione particolare dell’apparente disordine in ciò che concerne l’uomo: Dio, dandogli l’intelligenza, gli ha fatto dono di un’immagine della divinità. Egli lo lascia fare, in qualche modo, nella sua piccola sfera, e non vi entra che in maniera occulta, poiché fornisce essere, forza, vita, ragione, senza farsi vedere. È qui che il libero arbitrio gioca la sua partita; e Dio si prende gioco (per così dire) di questi piccoli dei che ha ritenuto fosse bene produrre, allo stesso modo che noi ci prendiamo gioco dei bambini che si applicano a occupazioni che noi, di nascosto, favoriamo o ostacoliamo a nostro piacimento. L’uomo è dunque come un piccolo dio nel proprio mondo, o microcosmo, che governa a modo suo: talvolta compiendovi meraviglie, e la sua arte imita sovente la natura. [...] Egli fa però anche grandi errori, poiché si abbandona alle passioni e poiché Dio l’abbandona al suo senso; e di ciò lo punisce anche, ora come un padre o un precettore che eserciti o castighi i fanciulli, ora come un giudice giusto che punisce coloro che lo abbandonano. E il male si verifica, il più delle volte, quando queste intelligenze o i loro piccoli mondi si urtano tra loro. All’uomo ne vien male, nella misura in cui ha torno; ma Dio, mediante un’arte mirabile, volge tutti i difetti di questi piccoli mondi nel massimo ornamento del suo mondo più grande. È come in quelle invenzioni prospettiche, nelle quali certi bei disegni non sembrano altro che confusione, finché non vengano esaminati dal punto di vista corretto o siano osservati mediante una certa lente o uno specchio. È soltanto sistemandole e servendosene nel modo opportuno, che diventano l’ornamento di una stanza. Così, le apparenti deformità dei nostri piccoli mondi si raccolgono, generando bellezza in quello grande e non hanno in sè nulla che si opponga all’unità di un principio universale infinitamente perfetto: al contrario, accrescono l’ammirazione per la sua saggezza, che fa servire il male a un bene più grande

Gottfried Leibniz


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