"Non smettere di scolpire la tua propria statua" (Plotino, Enneadi I 6, 9, 13)

giovedì, agosto 7

"Sul dialogo": il fondamento di ogni intendersi

7. Ricorda che Prometeo non fu gradito agli dei, o perchè costui, spargendo i tesori degli dei, sembrava incitare al torpore il genere umano, ovvero perchè costui faceva comune promiscuamente a degni e indegni una cosa eccellentissima.

Giordano Bruno, Il sigillo dei sigilli, tr. it. a cura di N. Tirinnanzi, BUR 2006

Introducevo così l’intervento O tutti o nessuno! Ma perché? , provando ad evidenziare come la consapevolezza della “differenza” tra gli uomini non possa non costituire una colonna portante in ogni progetto di costruzione di un’etica o in generale per ogni discorso che riguardi la convivenza civile. Nella storia del pensiero l’argomento della differenza è stato variamente declinato, assumendo talvolta posizioni estreme, compresa la sua incondizionata affermazione al di sopra di qualsiasi altra analisi o persino negazione, sostenendo una cieca quanto improbabile assoluta uguaglianza. Questi rapidi cenni ci aprono le porte alla lettura di una provocazione ricorrente sulla validità del tramite per eccellenza tra gli uomini, ovvero il dialogo: com’è possibile dialogare, ovvero inter-agire, comunicare, tra due soggetti differenti, con un diverso passato, un diverso modo di vedere le cose o addirittura diverso registro linguistico? Quanto vale questa “differenza” e in quale misura siamo “diversi” o “uguali”? Appare evidente come il dialogo richieda un vero e proprio fondamento, ovvero un punto di appoggio che ne assicuri sempre e in ogni situazione la possibilità di prender vita, ma anche la sua efficacia e produttività; un fondamento che sia, in estrema sintesi, proprio quell’uguaglianza tra gli uomini, quello spazio o limite di possibilità e inizio, a partire dal quale costruire una relazione. Le domande impongono una riflessione complessa, piena di sfaccettature e rimandi, davvero difficili da affrontare; mi limito a mettere in evidenza come questo spazio di uguaglianza non possa solo esser condiviso, come alcune pratiche o consuetudini, per loro natura mutevoli, ma debba poter essere universale e necessario, in quanto deve poter soddisfare la "provocazione" in qualsiasi epoca o tradizione, deve poter essere il fondo, il sostrato, che unifica e sostiene ogni differenza e particolarità di usi, etiche, politiche e pensieri, senza risolverli o appiattirli. D'altronde proprio il dialogo tra tradizioni lontane e apparentemente irriducibili sembra essere la sfida della filosofia del XXI secolo e, di rimando, sembra essere decisivo, ora come nel passato, per gli eventi storici, politici o semplicemente per la quotidianità di ognuno. Pertanto la fiducia nella Ragione, la sola facoltà umana che può dirsi universale e necessaria, non può che essere la base e il presupposto: la pura Ragione è il fondamento di un qualsiasi intendersi in quanto si impone come universale, in-determinata e assoluta, obiettiva e “distaccata”, mai chiusa nelle particolarità delle tradizioni o nella frammentazione dei “secondo me” e degli “ipse dixit”, tipici di una contemporaneità troppo attenta a non ferire l' “individuo” e mal disposta verso tutto ciò che è universale.


13 commenti:

sgubonius ha detto...

Nietzsche dice che colla vita comincia l'indeterminatezza e l'errore, e penso che questo valga soprattutto quando il contatto è fra due viventi in un dialogo. La differenza fra gli individui è tale che mi pare sia sicuro un fraintendimento e impossibile la reale appropriazione del pensiero dell'altro. E' inevitabile che insomma noi applichiamo le nostre personali categorie.

Un intesa richiederebbe che ci fosse una predisposizione (condizione di possibilità) del dialogo fra pensanti e quindi che le categorie non differissero fra individui. L'evidenza insegna il contrario, ed è in fondo la grande inconoscibilità che sospende ogni oggettività e ogni scienza. Una ragione pura e universale non a caso è un idea abbandonata da oltre 150 anni in filosofia.

Analogamente si può affrontare la questione del linguaggio, che è probabilmente la rappresentazione di quel gioco di categorie di cui parlavo. Wittgenstein perse metà della sua vita e della sua speculazione intorno all'idea di un metalinguaggio unico che potesse fondare un universalismo prima di approdare ai lidi dei giochi linguistici.

Concluderei quindi che il dialogo è sostanzialmente fra l'io pensante e il mondo nel suo complesso, senza distinzione se l'interlocutore è un sasso o un uomo. Certo una tale interazione non fonda alcuna intersogettività e oggettività, ma è la base dialettica per la weltanschauung di ciascuno ed è l'attività fondamentale della vita e dell'esistenza.

Andrea Fiamma ha detto...

Accolgo le tue provocazioni con piacere anche perchè mi sembra che ti sia diretto ad approfondire alcune questioni a cui accennavo brevemente. Il tuo discorso mi sembra coerente nel suo insieme e l'affronterei innanzitutto precisando che non ho mai parlato di "appropriazione" del pensiero altrui, bensì del contrario, cioè di interazione tra due pari, non comprensione ma apertura. In secondo luogo non ho ben inteso in base a cosa affermi che le "categorie" siano "personali", in quanto non mi pare "evidente" che le categorie siano differenti, credo invece che al fondo di ognuno ci sia una base comune, una ragione Universale, su cui davvero è possibile fondare un dialogo che sia rispetto reciproco e salvaguardia degli opposti, perchè ragione è relazione tra due "diversi", mai annullamento e appropriazione, bensì superamento: è aufhebung! (togliere, superare e conservare). Quando sostieni che l'idea di "una ragione pura e universale" è stata "abbandonata" mi trovi leggermente perplesso, sia perchè l'abbandono o meno da parte dei filosofi "che contano" nel 900 non indica nulla di particolare, ma sopratutto perchè mi sembra che tu stia facendo passare sotto banco l'idea di una storia della filosofia "in progress", come se fosse un cammino che porti da un punto di non conoscenza verso la conoscenza delle cose più o meno certa. In altre parole mi sembra che stia leggendo la filosofia secondo la concezione hegeliana (quindi positivista, marxista etc.) di progresso, tipica di una modernità oramai tramontata. E se, in vero, sono convinto della validità della "ragione hegeliana" che prima ho enunciato, parimenti un'idea di sistema e di progresso mi paiono oggi davvero ingenue. Ma ho sconfinato: ti conosco e sò che darti "dell'hegeliano" è una vera provocazione, ben più forte delle tue precedenti; tocca a te riportarmi nel centro del discorso

grazie
;)

sgubonius ha detto...

Certo il dato sul 900 è solo statistico, nessun progresso, solo stratificarsi di domande (credo anche che ci sia una qualche circolarità per cui stiamo tornando ai primi pensatori pre-socratici dopo due millenni di platonismo)!!

Purtroppo sulla presenza o assenza di una ragione universale e di una identità delle categorie tale da permettere un vero intendimento e una totale com-prensione non possiamo essere mai certi, ma mi pare che il prospettivismo sia un problema col quale fare i conti.

Senza un ultima parola sull'esistenza dell'iperuranio non posso che mettere sulla testa ciò che tu metti su i piedi (o viceversa!). Probabilmente si può sospendere la questione.

A questo punto rimane da analizzare diversità ed uguaglianza. Il mondo ha mi pare il carattere del divenire e del caos, cioè dell'estrema differenza, acuendo la vista non facciamo altro che distinguere cose che prima ci sembravano unite. Solo una sorta di necessità vitale di "essere" e di consolidamento porta la ragione a fissare forme, quantità, essenze tramite i principi cardini della logica (identificazione e non contraddizione in primis). La dialettica è proprio l'atto fondamentale di interazione col mondo caotico reso com-prensibile. Hegel parlerebbe di tesi e antitesi, Nietzsche di apollineo e dionisiaco. Non esiste differenza senza l'uguaglianza e viceversa.

Concludendo ci ritroviamo ancora allo stesso problema visto con due gerarchie diverse: l'Uno deve affermarsi sulla diversità raccogliendo l'oggetto in una sintesi oppure l'Uno deve "dissolversi" immergendosi nel fiume eracliteo e dionisiaco?

In ogni caso il dialogo è per me sempre e comunque con sè stessi, fra volontà e rappresentazione.
Fatico tremendamente a tagliare corto, me ne scuso!

Andrea Fiamma ha detto...

Alberto i tuoi spunti sono interessanti, ma vorrei evitare di portarci troppo sul discorso metafisico anche perchè sarebbe impossibile da sostenere in questa sede. Così tralascerei le pur centrali domande su Eraclito/Parmenide per tornare "sulla presenza o assenza di una ragione universale e di una identità delle categorie tale da permettere un vero intendimento e una totale com-prensione". Da quanto mi è parso di intendere tu sostieni che per noi è impossibile avere certezza su questo punto e, parimenti, è necessario "sospendere la questione" in quanto l'uno mette "sulla testa" quello che l'altro pone "su i piedi" (tra l'altro bella immagine). Il nocciolo è questo: perchè tu lo metti sulla testa e io sui piedi? Quali motivi hai per metterlo lì? Sono motivazioni dimostrabili razionalmente (e quindi condivisibili) oppure è una scelta senza ragioni, emotivista? E' un punto importante perchè è la base del mio discorso e se crollasse, crollerebbe il progetto stesso e sarebbe subito necessario trarre le conclusioni.

sgubonius ha detto...

Nietzsche mette sui piedi ciò che Hegel mette sulla testa, la frase è sua! La divisione platonica fra mondo vero e apparente, essere e divenire, arte e verità deve essere seguita da una gerarchia fra i "mondi".
Se la priorità è data all'idea e quindi alla ragione e alla verità e all'essere allora è possibile fondare un universalismo, una scienza e un dialogo costruttivo. Se invece è l'apparenza, il caos diveniente e l'arte l'ultima realtà possiamo soltanto avere una sorta di nichilismo/relativismo (superabile chiaramente).
Il dialogo non è necessariamente negato nella seconda ipotesi, ma certo vige su una indeterminatezza di fondo e probabilmente non sarà costruttivo in un senso universale civile o per l'umanità, lo sarà per l'individuo nel suo vivere.

Andrea Fiamma ha detto...

Quindi in sostanza, secondo te, in tale prospettiva il dialogo diviene "costruttivo" per il singolo individuo ma non per un vivere civile perchè al "fondo" vi è indeterminatezza. Condivido a pieno la tua ricostruzione e proprio per queste conseguenza mi sento di rifiutare questo tipo di modello. Che senso ha un dialogo che non può fondare una vita civile? Ma soprattutto: è possibile considerare la vita dell'individuo sganciata da una "società"? E questa tendenza a preferire "l'idea" (per intenderci) diviene ancora più "forte" (altro che pensiero debole!) se risaliamo alla sua radice, ovvero alla possibilità di fondare un universalismo, ovvero essere "scienza", sapienza e apertura all'incontrovertibile Verità.

sgubonius ha detto...

Certo io muovevo una critica soprattutto al concepire una possibilità di fondare se vuoi un metalinguaggio (ovvero un mezzo di comunicazione che ricalchi perfettamente LA Verità attraverso LA Logica e che sia in questo universale e rispondente a LA Ragione unica che ogni uomo condivide).
Ti portavo infatti l'esempio di Wittgenstein che nel Tractatus fa proprio questo tentativo, ma nel suo sviluppo depone dal trono l'uno per scendere nel regno del molteplice. Nella sua seguente teoria dei giochi linguistici ogni uomo viaggia colle sue categorie e trova un intesa ogni volta diversa e sempre "in gioco" cogli altri e col mondo. Ci sono delle affinità (familiarità) ma mai un unità totale.

Andrea Fiamma ha detto...

Da Wittgeinstein possiamo imparare molto, tuttavia il tentativo del "meta-linguaggio" cade ancora una volta in una chiusura nella logica e nella lingua, sulle quali si vengono a schiaccviare tutte le dimensioni. La Ragione è = La Logica? Non so, non penso; lo stesso Wittgeinstein riconoscerà che oltre questa dimensione vi è una razionalità altra, che la lingua stessa non può esprimere e mi riferisco proprio all'ultima parte del tractatus (da qui il "misticisimo"). Ti ringrazio per averlo citato ma non ho una conoscenza adeguata dell'autore e probabilmente potrei correre troppo a ruota libera.

sgubonius ha detto...

Nemmeno io in effetti, ma è proprio il misticismo che in ogni caso apre lo spazio al successivo indagare e distrugge l'unità del meta-linguaggio e lascia il tractatus in sospeso.

Andrea Fiamma ha detto...

Alberto grazie per i tuoi commenti; ho deciso che partirò proprio dai tuoi spunti per il prossimo post "sul dialogo".

Lele ha detto...

Mi scuso per l'intromissione. Ho letto il post sul blog e ho seguito il discorso intavolato con sgubonius. Andrea, la tua attenzione a riportare il discorso senpre sulla possibilità di individuare uno spazio universale in cui la ragione (tu la scrivi con la R) possa "fondare" il dialogo fra diversità ricorda, in qualche modo, gli studi di Apel e di Habermas. Il linguaggio, la comunucazione non distorta, razionale, scevra da errori performativi (fra cui la stessa posizione dello scettico con la confutazione tipica "non si può affermare che la verità non esiste senza cadere in un errore performativo ed in ogni caso senza "argomentare" razionalmente ciò che si va affermando, sicchè l'argomentazione è condizione necessaria di ogni affermazione, anche di quella che nega tale condizione) sono assunti come piano precostituito rispetto a quella che tu chiami il "fondare una vita civile". Ma non è il vivere comune e relazionale il presupposto di ogni linguaggio e argomentare? E poi, siccome si parla di dialogo e il concetto di dialogo presuppone due o più soggetti (altrimenti sarebbe monologo) il problema investe il concetto di "comunità": che cosa le diversità hanno in comune di universale? Tu rispondi: la Ragione e procedi a fondare lo spazio di dialogo. Ma è così? Al di là della Ragione non esisterebbe dialogo e comunità? Se fosse così io ed un mistico o un religioso oppure io e un folle non avremmo nulla in comune; eppure c'è relazione. E perchè concepire la comunità, il dialogo su qualcosa che lo fondi, che lo riempia (dio, la Ragione, la proprietà, l'utile, il potere, l'uguaglianza)?
Jean Luc Nancy, nel suo bellissimo saggio "La comunità inoperosa",ha aperto un spazio tutto alternativo di riflessione: concepire la relazione, la "comunità", facendo leva sul nulla che essa stessa è, non qualcosa da riempire di volta in volta "operando" ma un onere originario che esiste da sempre perchè è la nostra apertura (un modo fondamentale del dasein heideggeriano è il mit-dasein, sicchè anche lo stare da soli è una modalità, anche se difettiva del mitdasein) e per il quale ognuno è cum-munus cioè "onerato", obbligato, destinato all'altro che è eterno e insuperabile (altro che aufhebung!).
Questa strada, problematica e affascinante, supera un'aporia essenzale ai ogni fondazionalismo universalistico: il pericolo che l'attenzione per il fondamento faccia scomparire i dialoganti, l'uomo.

Cordiali saluti, complimenti per il blog.

Andrea Fiamma ha detto...

Lele grazie mille per il commento e mi scuso per la risposta tardiva. Nella prima parte hai ben riassunto e in effetti guardo con interesse ad Habermas, ma non solo. Giustamente affermi: io un mistico o un folle non abbiamo in comune la ragione eppure qualcosa c'è, allora la ragione non può essere il fondamento. Certo, in comune c'è l'esperienza del mondo, il vivere nella stessa dimensione, da-sein o come lo si vuol chiamare.
Ma basta avere qualcosa in comune per fondare una vita civile? A mio avviso no. Bisgona avere in comune la Ragione perchè solo nell'attività razionale è possibile un intendersi sicuro, efficace e soprattutto costruittivo. Non a caso il mistico e il folle si autoescludono dalla comunità civile, perchè non sanno e non possono viverci! Su Nancy: non conosco il saggio e provvederò presto a colmare la lacuna! Grazie!

Andrea Fiamma ha detto...

PS: Ho visto che Nancy sarà a Modena per il festival, colgo l'occasione per ascoltarlo!